giovedì 24 novembre 2011

Vdt Barbichè - Coutandin 2008

Leggevo con attenzione il post di Luigi e pensavo a come, a quanto possa essere complesso fare il vino in certi luoghi. Viticoltura eroica, la chiamano. Io di eroico, in senso etimologico, ci vedo poco, ci vedo piuttosto ancora più impegno ed ingegno e più interesse, più curiosità e, se possibile, più rispetto da parte di chi beve quei bicchieri.
Luigi sa di questa rispettosa curiosità e, da buon Archionomo (impresentabile neologismo testè coniato, un ibrido tra Architetto e Agronomo) e condivisore di sapienza, appena mi incontra mi dona alcune bottiglie e tra queste, questa, il Barbichè di Coutandin, un vino scuro e potente, tanta Barbera abbarbicata e poi vitigni a me francamente sconosciuti tipo Becuet, Avanà, Chatus, Avarengo, insieme ad altri più noti come il Dolcetto e la Freisa. Insomma, un blend ben affollato che promette struttura e spirito di corpo. Il colore è scuro, rubino luccicante ai bordi, cupo e fitto al centro. Impenetrabile. Naso potente e pungente, dal carattere forte, sgarbato, ribelle. Scalcia frutti immaturi, immersi nell'alcol, ma netti, come la ciliegia rosso fuoco, quella che ha la buccia lucida e durissima. Poi terra e funghi freschissimi, quasi fastidiosi all'inizio, buonissimi e ipnotici alla fine. Il sorso è grandioso, emozionante. Totalmente squilibrato, si aggrappa, bollente, al cuore. Ti scalda con fermezza e decisione, e non puoi opporti, devi farti trasportare, perchè decide il Barbichè fin dove arrivare. Il tannino graffia senza far male, la sostanza ribolle di frutta viva.
Un bicchiere difficile, un vino del e di cuore.

Voto_7.9

giovedì 6 ottobre 2011

Melanconico

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“If you live each day as if it was your last, so­me­day you’ll most cer­tainly be right.”
"Stay Hun­gry. Stay Foolish."
Steve Jobs, june 2005

mercoledì 5 ottobre 2011

Igt Veneto - Sassaia - La Biancara di A. Maule 2009

Bisogna essere pronti ad ascoltare questo respiro pesante e polveroso. Perchè altrimenti uno ci rimane, e neanche tanto bene.
Invece.
E invece è una bottiglia che segna una tacca nella labile ed alcolica  memoria del degustatore. Un vino nervoso, scalciante, che si manifesta e dichiara da subito per quello che è: un vino originale e riconoscibile. Tanta Garganega, poco Trebbiano, botti grandi di acacia nelle quali Maule lascia fermentare l'uva spontaneamente.
Torbido, denso e giallo, il colore è l'icona della macerazione, delle bucce che si danno totalmente, che si sacrificano, sfibrate e sfinite, alla costruzione della sostanza liquida.
Il naso è fiato di pietre, è paurosamente difficile. Aspetto. Si apre finalmente, ed il sospiro si fa ancora minerale e gessato, ma ricoperto di fiori dolci e grandi, di verde ingiallito, di camomilla intensa. Tutto poco, tutto in un soffio, tutto bello.
Ma poi in bocca è tanto. Opulenza insospettabile, diventa una bibita di vino, una presenza tannica apre la strada ad un ingresso violento ma dolce, che viene spezzato dalla lama acida sontuosa e lunghissima. Le piccole pesche dolci affondano in un finale salmastro e profumatissimo nella gola. Un vino che si mastica. Un vino che lascia un segno.


Voto_8.0

giovedì 29 settembre 2011

Igt Basilicata - Fiano - Carbone 2009

Un Fiano per davvero diverso, disegnato su una crosta nuova e ruvida, con tratto deciso, profondo, riconoscibile, unico. Un naso scorbutico ma ipnotico, una bocca complessa, rotonda ma poggiata su spigoli vivi, quelli che quando ci sbatti ti lasciano il segno. Una bottiglia che mi piace. Tanto.
Conosco Sara Carbone (purtroppo non il fratello Luca), il suo parlare, la passione ragionata che ha di comunicare i suoi vini, con quel suo modo gentile e fermissimo, personale ed originale. Sara, lucana dalla testa ai piedi ma ormai veneta friulana d'adozione, è un esempio raro e perfetto del risultato sintetico tra le tesi del nord e le antitesi del sud di questo paesino dello stivaletto.
Giallo lucente, vivo, intenso, con venature sorprendentemente bronzee, traspare una densità affascinante, quasi fosse un velo che non c'è. Chi pensa che il vedo-non-vedo sia molto più erotico del nudo integrale, troverà in questo colore ampia soddisfazione. Lacrime calme e sparse, ma sono lacrime di gioia.
Il naso è un insieme di difficoltà, bellissime difficoltà. Da subito, un senso di inaspettata dolcezza fine (questo bicchiere non fa legno di certo), poi il pane secco e vecchio, poi la mandorla, dolce, amara, profonda, poi la nocciola, poi la pesca, ma quella asciutta, che profuma ancora poco e poi quel senso di aria calda e minerale, perchè forse sei condizionato dal Vulture, ma quel profumo, quel mantello nero e ferroso, si sente. Questo naso è bellissimo perchè riesce a distinguere, questo naso divide. O piace o non piace. Questa è personalità.
La bocca è originalità, è entusiasmo. Descrivere una sensazione è sempre impresa difficile, raccontare il Fiano dei Carbone un po' di più. Ci provo così: sotto il sole di un luglio lucano, stendete sopra un tavolo una tovaglia fatta di acidità misurata ma sempre ben tesa, colorata da una cavalleria alcolica di buona razza. Sopra la tavola buttate manciate di cubetti piccoli e spigolosissimi di canditi al limone, cedro e arancia. Senza zucchero.
Questo è il Fiano dei Carbone, una bottiglia che mi piace. Tanto.

Voto_8.6

domenica 11 settembre 2011

il Nove Undici



Sono entrato nella cappella di St. Paul per necessità, spinto più dal desiderio di respirare dell'aria che fosse sopra i -10 C° di temperatura, che dalla curiosità. Perchè a NYC, in gennaio, fa davvero freddo.
Una folata di memoria allo stato solido mi ha travolto, in un attimo.
Ho sentito dolore. Ma non ho più avuto freddo.

venerdì 9 settembre 2011

Igt Vallagarina - Poìema - Rosi 2007

Bello, bello, bello, uno di quei vini che ti fa innamorare, poche balle.
Ho pensato se e come raccontare questa bottiglia visto il grandioso post di Chiara Giovoni su appuntidigòla che racconta dei Rosi e di uno '03 immaginifico. In realtà rileggere quelle parole non ha fatto altro che rafforzare in me l'idea che questa bottiglia dovesse comunque essere vittima anche delle mie parole.
Perché questo è un vino dalla semplice grandezza, carnale ed elegante, sofisticato, affascinante.
Rosso vivo e fluorescente ai bordi, trama fitto le sue tele nel vetro, svelto ma non troppo, come una bella ragazza quando sa di avere tutti gli occhi addosso ed il paio di jeans perfetti pure.
Il naso è vivo, anzi è vivaio. Come quando decidi che il tuo terrazzo deve assolutamente apparire fiorito e ti ritrovi dentro quelle strutture immense quanto umide, incubo di ogni allergico ma vero godimento dei sedicenti polliciverdi, carico di bulbi, semenze e speranze. Io una fragranza così netta ed elegante di rosa e geranio non l'avevo mai ascoltata. Si abbracciano, si sfiorano coi petali, occhieggiano. Sexy. E poi le note tostate, lunghe e affusolate, si appoggiano sulle narici, ammorbidendo la fragranza.
In bocca rotola, tra tannini mai scivolosi, vigorosi ma giusti e una freschezza acida che esalta la frutta rossa composta ma non spalmata, i fiori che tornano potenti, quase fosse un succo. Che poi l'alcol non si sente mica ed il sorso è sempre piacevole, sempre godibile, ed il bicchiere si svuota troppo, troppo in fretta. Memorabile.

Voto_8.7

martedì 6 settembre 2011

AOC Alsace Gewurztraminer Vendanges Tardives - Joseph Cattin 2003

Più che tardiva sembrerebbe dimenticata. Inoltre l'alsaziana parrebbe portare sulle spalle strette strette qualche annetto non trascurabile. Eppure un certo fascino trasuda già da quell'etichetta così retrò e bruttina. Ed in effetti trasuda eccome, e non solo fascino.
Il bicchiere è un topazio giallo dal taglio importante, uno di quelli che cominciano per Van de qualcosa e finiscono che "devi essere arcimiliardario, grazie e arrivederci". Un giallo che brilla scuro, un liquido esteticamente appagante, meritovole di infinite e noiosissime giravolte nel bicchiere per poterne godere appieno e ancora. Spettacolare.
Naso potente e opulento, anche troppo. I profumi dolci e dolciastri che devono esserci, ci sono tutti. Mi aspettavo qualche nota di contrasto più spiccata, magari verde, fogliosa, invece niente. "Solo" datteri e disidratazione di frutti preziosi e gialli, una leggerissima tostatura di nocciola, miele di mille, anzi, diecimilafiori. Con maturità (insospettabile), mi soffermo sulla grandezza di questo naso. La potenza dell'espressione dolce, la capacità di regalare diverse tonalità di un'unica sensazione. Formidabile e difficile. Forse troppo.
In bocca si tende ed allunga, mai spigoloso (peccato!), sempre rotondo, smussato, con la confettura d'albicocca che si riscalda nell'alcol forzuto ma garbato. Bello il finale un poco ruvido, quasi fosse polvere. Dolce, ovviamente.

Voto_8.4

giovedì 1 settembre 2011

DublAglianico Metodo Classico - Feudi di S. Gregorio s.a.

Ci sono esperimenti ed esperimenti, io li apprezzo, sempre e comunque. L'aglianico è un vitigno del mio cuoricino, le prime "grandi" bottiglie della mia vita sono state, più per caso che per scelta, dei Vulture e dei Taurasi.
Così, quando arriva in regalo questa boccia di Aglianico Metodo Classico dei Feudi di San Gregorio, mi sorprendo. E neanche poco. Almeno un anno sui lieviti dice l'etichetta. Almeno.
Il colore è di un rosa schiettamente rosa. Direi un rosa tipo pompelmo rosa. Per essere più preciso nella descrizione mi basterebbe aggiungere una parola: rosa. La bolla è tanta, schiumosa, grande, grossa e scontrosa, nel senso che il "perlage" è talmente fitto e disordinato che le bolle, letteralmente, si scontrano, creando dei giochi nel bicchiere che si potrebbero definire divertenti.
Il naso è un insieme di profumi delicati che comunque non mi convincono tanto. Nel senso: se sono delicati perchè sono così intensi? Oppure: se sono così importanti, perchè sono così delicati? Con questo chiasmo dubbioso (no, non è una volgarità, giuro) rimango. Erbaceo e molto minerale il naso, in fin dei conti difficile. Ci si deve stare un po' su.
In bocca è piuttosto scomposto, l'effervescenza esplode in bocca, ma cade con velocità incomprensibile, per lasciare spazio ad una mineralità impastata di tannino che comunque regala finalmente un piccolo brivido "aglianicista". Dopo il sorso si esalta il retro olfattivo, con timidi e piccoli frutti rossi sormontati però da una proverbiale nota di seitan, di quello buono però! Peccato che a me la soia non piaccia.
Ci sono esperimenti ed esperimenti, io li apprezzo, (quasi) sempre e comunque.

Voto_6.3

giovedì 25 agosto 2011

Doc Colli Piacentini - Ortrugo - Cordani 2010

"Lasciato fermentare sulle bucce" recita la retroetichetta. E questo mi piace tanto. Si, perché l'Ortrugo lo conosco, lo bevono alle mie spalle, 2 vallate più in là, tra i Colli Piacentini, verdi e sottovalutati.
L'Ortrugo non è un vino che definiresti impegnativo, con quelle note lievi e fragranti, bevibilità a secchiate ...  e a culo tutto il resto (cit. gucciniana).
Marco Cordani però la pensa diversamente e vuole regalare più spessore e struttura a questo vino, così lo fa fermentare sulle bucce, per poter estrarre di tutto e di più da quest'uva strana, quasi (non semi) aromatica.
Il colore è bello, affascinante, velato di sostanza. Giallo birroso, stile Pale Ale, ma con delle venature metallizate mica da scherzare. La bolla è tanta e cicciuta, la schiuma fitta, il tutto però scompare con una velocità sorprendente.
I profumi sono intensi, non facili. Tanto fresco e verde, fiori vivissimi, fragranti, e poi note più cupe, lunghe, come di un frutto giallo già troppo maturo ma che, nel complesso, arricchiscono il naso di questo bicchiere, lo bilanciano.
In bocca è davvero piacevole, fresco e centrato all'attacco, punta subito al sodo, pungendo con garbo la lingua. Salino al punto giusto, intriga per per una nota amara e masticabilissima, pompelmo e frutta. Bel bicchiere, senz'altro.

Voto_7.8

giovedì 11 agosto 2011

Igt Sicilia - Sedàra - Donnafugata 2006

Chissà perchè mi lascio influenzare così tanto dalla bellezza dell'etichetta. In realtà dei vini e delle persone a me ha sempre interessato la sostanza, mai l'abito. Eppure è così, mi accorgo, con il passare del tempo e degli assaggi, che do sempre qualche chance in più a chi si agghinda bene, che sia l'etichetta o le parole o il progetto o la bottiglia. Non so, ma è un difetto che devo correggere, la centralità del bicchiere, del vino, oggi mi deve interessare di più, e mi ci devo concentrare.
Perchè bere Donnafugata a volte ti fa confondere. Non capisci se è il vino che è buono, oppure è l'insieme di quelle bottiglie sempre bellissime che trionfano inesorabilmente sulla tavola, è quel nome, quell'idea di Maria Carolina che scappa da Napoli, quella ricerca della bellezza colta, identitaria, fiera ... insomma sicula.
Perchè in fondo, questo blend di Nero d'Avola prevalente, che ha il cognome del don Calogero de "I Gattopardi", non è strabiliante. Eppure affascina. Il bicchiere bevuto ha buoni anni sulle spalle per la tipologia "fresca" che dovrebbe rappresentare. Acciaio e cemento, il legno non c'è.
Il colore è scuro ma rubicondo, non brillantissimo, un poco cupo. Misteriosi gli archi sul vetro, lenti e veloci, larghi e sottilissimi. Colore interessate, perchè il cuore, il centro, in realtà illumina. Bello l'effetto.
Il naso è tanta frutta macerata nell'alcol buongusto, sotto uno spirito sopito. E poi minerale, un poco di ruggine. Naso povero in complessità, ma bello vivo e potente.
In bocca è ormai il caldo a farla da padrone, con umili tannini che accompagnano sommessamente il sorso. Il fruttone rosso torna lungo e vaporoso, ma il finale è troppo ammaricato, un minerale spento, non spigoloso.
Meglio l'etichetta del bicchiere.

Voto_6.4

martedì 9 agosto 2011

Aoc Champagne - Réserve Brut Autréau-Lasnot s.a.

Rue de Champagne, Venteuil. Sotto Reims c'è tanta, tanta roba. Non ci sono mai stato, è uno di quei viaggi che si faranno, quelli che tieni li, perchè sai che in fondo non è così complicato, che ci puoi andare "quando vuoi", ed invece rimane lì, tra un portafoglio che piange e la tentazione golosa di qualche last minute più esotico ed economico.
Per fortuna c'è il vino che viaggia, almeno lui.
Champagne dicevo, una cuvée di quelle straclassiche per davvero, dove il Mugnaio (inteso come pinot) c'è eccome. Sboccato nel 2010, l'etichetta non è chiarissima, quel Réserve senza millesimo buttato lì, mi sa più di trovata che strizza l'occhio al commerciale che di concreta info per il "sempresialodato" consumatore.
Le bolle sono belle e fini, il colore è il giallo carico e pieno che ti aspetti, brillante, decisamente intenso. Il colore è appagante, infonde sicurezza, da subito.
Il naso è profumatissimo e delicato. Ci si perde tra i profumi che sai di trovare (pani e croste), ma ancor di più in note floreali che non ti aspetti. Per niente verdi, sono fiori colorati, odorosi, intensi. E poi quella fragranza di polpa bianca croccante, piacevolissima.
In bocca fila via liscio elegante e leggiadro, senza complicazioni. Freschezza da vendere, le bolle si presentano sulla lingua con forza garbata, allungando, se possibile, la sensazione tattile ben oltre l'ingresso.
Tutti i profumi del naso latitano tra le guance, dove è la citricità spiccata a farla da padrona, garantendo comunque una bevuta più che degna. Champagne, nient'altro che champagne ... e dimmi poco.

Voto_7.5



giovedì 4 agosto 2011

DOC Vermentino di Sardegna Metodo Classico - Filighe - Cherchi s.a.

Sperimentate gente, sperimentate. Il vino ha bisogno di tutto, delle cose buone, di quelle brutte, di idee geniali e di flop devastanti, di chiacchere e distintivi, di silenzi sconfortanti.
Io, che tradizionalista e conservatore proprio non sono, ho accolto con entusiasmo questo Vermentino in purezza spumantizzato che Tore Cherchi ha deciso di inventarsi. Prende il suo Vermentino più giovane, duro e minerale, lo vendemmia un poco prima del solito, ne fa un vino base e invece di metterlo in autoclave che fa? Ci fa un metodo classico. Stranezze isolane, e meno male.
Bolle di spessore preoccupante invadono il bicchiere, ma la spuma si dirada svelta e gioiosa, svelando un'intensa bollatura, fine, catenata, bella. E poi il colore, quel verde ingiallito, che pare una foglia di olivastro al sole.
Il naso è pietra e spilli. La vena del granito, quel brillare al sole, che vai e spiegalo agli altri che i sassi non sono profumati. E poi la limuninca, quella prugna piccola piccola, allungata, gialla, acida e dolce, che profuma d'Isola.
In bocca, tutta la freschezza sospettata, si raccoglie, ordinata, davanti all'intuizione di Cherchi: il Metodo Classico. I lieviti aggiustano, il legno  arrotonda, il sorso è lungo, caratteristico, personale. Mai banale, sarebbe scorretto definirlo elegante, perchè questo Vermentino con le bolle è un bel tipetto. Da rispettare.

Voto_7.9

lunedì 1 agosto 2011

Igt Colli Savonesi - Granaccia - Valleponci 2008

La storia infinita del tocai (tai) rosso, del cannonau, della grenache, garnacha, granaccia, vernaccia nera ... la storia infinita di un vitigno talmente diffuso da cambiare se stesso (ecco una bella sintesi di MariaGrazia). Se è vero che i vitigni internazionali quelli sono, e sfumano in base ai terreni, agli uomini, alle latitudini, quest'uva nera e viola fa il verso a tutti e si mette di traverso. Uguale a se stessa: mai.
Qui si beve, in purezza, la tipologia ligure. 
Niente male il colore davvero vivo nel bicchiere, rubinone brillante e senza incertezze, scava geometrie tese ma veloci sul vetro.
Il naso è interessante, tanto verde profumato che non ti aspetti, quasi balsamico, piacevole ma forse non intonatissimo, anche se questo accento di pigna resinosa affascina. Poi il frutto arriva a chiudere con nota dolce e piena la narice balsamizzata.
In bocca è dritto, poco tannino, molto fresco. Il verde ora si mastica, con grande piacere e bevibilità. Tutto sommato un vino dall'equilibrio "scontato" ma, allo stesso tempo, sorprendente, giocato su toni odorosi, angoli tondi e poca frutta. Per niente ruffiano, e questo è un gran pregio.

Voto_7.3

lunedì 11 luglio 2011

AOC Crémant de Bourgogne BdB - La Cave des Hautes Côtes Beaune s.a.

Le bollicine sono un amore recente per l'indegno scriba (cit.). Solo negli ultimi 2 anni mi sono avvicinato con costanza e dedizione a questo mondo luccicoso e vastissimo. Ne sono assolutamente felice.
Scopro i metodi classici, quelli meno classici, i martinottistici, le rifermentazioni, i millenni sui lieviti, i dosaggi mistici, le sboccature e ... a la volèeeeee.
E scopro anche che i francesi lo champagne che non fanno in Champagne lo chiamano Cremant (e vabbè).
L'esemplare in questione è uno chardonnay brut 100%, un bianco di bianchi, fatto bene, sofficioso, bevibilissimo, borgognotto.
Giallo di paglia fitta, presenta bolle di un certo calibro, di un certo spessore, non troppo numerose ma concentrate in gregge coerenti ed ordinati.
Al naso tanta pasticceria, dolcezze non stucchevoli ma riconoscibili, uno sbuffo agrumato interessante, che rende più complessa e soddisfacente l'annusata.
In bocca è davvero stuzzicante la sensazione tattile creata dalle bolle, soffici e rotolanti, che accompagnano un sorso forse un poco troppo scarico e magro, ma di certo fresco di acidità masticabile. Senz'altro un bicchiere onesto, facile, da trangugiare nelle ribollenti serate estive.

Voto_6.8

venerdì 1 luglio 2011

Docg Ruchè di Castagnole Monferrato - Cascina 'Tavijn 2009

Ho conosciuto Nadia Verrua ad Agazzano lo scorso marzo e mi ha fulminato quasi subito. Sentirla parlare distrattamente, quasi di sfuggita dei propri vini per prediligere invece una conversazione sul come e perchè (ovvero del "ma chi ve lo fa fare") alcuni piccoli e grandi uomini si mettano a scrivere di vino, comprando e assaggiando quantità imbarazzanti di sostanze alcoliche, senza che poi torni in tasca nulla, era faccenda che lei voleva quantomeno cercare di capire. Ovviamente, attraverso le mie sconfusionate e alcoliche risposte tra le quali una banalissima ".. eh, la passione", non credo ci sia riuscita.
Nel mentre la mia attenzione compulsiva si spostava sul Ruchè, perchè ne avevo letto e studiato e perchè non mi era mai capitato, prima di allora, di trovarmelo di fronte. Il bicchiere all'assaggio mi è sembrato immediatamente interessante e per questione di coerenza e follia (di cui sopra) ne ho prontamente acquistato una bottiglia.
Il Ruchè è un vitigno piccolo ed autoctono, uno di quei piemontesi di grande spessore che vivono all'ombra dei grandi mostri rossi regionali. Sembrerebbe di origine borgognotta, uva portata dagli instancabili monaci pellegrini, i Verrua la coltivano bio, la vinificano in acciaio. Parte dello 09 ha fatto anche una macerazione sulle bucce piuttosto importante, quasi un mese. E si vede, ma soprattutto si sente.
Il colore è un rubino elegantissimo, chiaroscuro, giochi di sfumature e venature brillanti di viola, il vino è veloce ma sinuoso nel bicchiere e riesce a colorare il vetro ad ogni passaggio.
Il naso è una botta di eleganza, tra frutti e vasetti di fiori coloratissimi. Sorpreso è dir poco, l'intensità e la nettezza dei profumi mi farebbe pensare ad un uva aromatica. Ciliegie e acidolci amarene, il lampone netto e schietto, poi fiori di grana piacevolissima, in vasetto, come il geranio delicatissimo, mai invadente, ma profumato come pochi. Bella la complessità ampia e orizzontale del naso, mi ricorda alcuni vini suddisti, che conoscono il caldo.
E poi arriva il momento di berlo, altra sorpresa. Bevibilità imbarazzante, una freschezza tesa, che non cede mai, il tannino nascosto, forse un po' troppo timido, ma che accompagna un sorso polposissimo. Tutta la frutta al naso, torna sul palato, con concentrazione e strabiliante eleganza, il bicchiere non risulta mai ruffiano, rotondone o pacioso.
Un bicchiere che tira l'altro. E la bottiglia (quella sera arrivata per seconda) finisce in un amen.

Voto_8.2

giovedì 23 giugno 2011

Terroirvino 11, ovvero del Vinocentrismo

In tanti e tanto bene hanno parlato già della immaginifica manifestazione organizzata dal sempre meno biondo e alto, ma pur sempre straordinario, Filippo Ronco in quel di Genova.
Io mi limito a portare la mia piccola testimonianza di neofita innamorato del vino e delle persone che hanno fatto di questo prodotto il centro della loro vita non soltanto professionale.
Perchè se ho capito bene, e credo di aver capito bene, il vino sta al centro di tutto. La vigna, la terra, il tempo, i trattamenti, le vendemmie, le temperature, gli strumenti, le botti, il cemento, l'inox, la fenolica, la malolattica, il fermento, l'etichetta, la bottiglia, lo spedizioniere, il mercato, gli amici, la promozione, #Mario, la famiglia ... tutto gira intorno a quel bicchiere, bianco rosso rosato che sia, lucente o torbido, #colfòndo o senza, morbido o duro, nord o sud. Poco importa se poi la bottiglia Gaspare Buscemi la vuole chiudere con il sughero perfetto mentre Armin Kobler con il tappo a vite, che m'importa se le degustazioni seriali debbano essere fatte da 10, 100 o 1000 pax, fatico a capire se l'Aglianico del Vulture debba fare legno o solo acciaio per incontrare al meglio i gusti del consumatore medio, il vino comunque rimane il centro di tutto, e come tale può allontanare o far convergere, disgregare o rafforzare.
Intendiamoci, non sto facendo precampagna elettorale per i centristi casinisti (o casiniani, boh?), ne mi permetterei mai di semplificare con buona dose demagogica su tematiche e argomenti validissimi che coinvolgono amici e professionisti del vino, vorrei semplicemente potervi regalare, anche solo per un attimo, il mio sguardo incantato nell'ascoltare gli speech di #vuu, nel condividere una cena con chi ha tutto da insegnarmi o nell'ammirare le millemillesime spiegazioni fornite dai produttori tra i banchetti del lunedì del come_perchè_quando quel vino, quel bicchiere, quel profumo, quella scelta, quella scommessa (sempre vinta).
Terroirvino è questo, è l'incontro forte e potente del vino con chi il vino lo inventa, lo fa, lo vende, lo compra e lo beve.
E anche con chi, come me, appena può, prova a raccontarlo.
Tre Personaggi in cerca d'Autore



sabato 11 giugno 2011

Doc Cannonau di Sardegna - Issohadore - Carlo Tramaloni 2006

Mamoiada è il paese delle maschere, delle tradizioni ancestrali, dei campanacci e dei campanellini. Sulle montagne di Mamoiada si coltivano le viti di cannonau, da sempre, che la memoria non riesce a tenere conto dell'inizio della storia di quegli alberelli gobbi e grigi, che resistono al freddo umido della Barbagia.
Tramaloni produce poche bottiglie dalle sue vigne di Orturù. Il suo cannonau ha il nome di una maschera, l'Issohadore, colui che si contrappone, leggiadro ed elegante, agli antropomorfi e zoppicanti Mamuthones, che li regola in fila, che li ammaestra nella loro danza triste. L'Issohadore, con la sua fune, coglie le femmine, le imbriglia, come auspicio di fortuna e fertilità. Ed è infallibile.
Il vino di Tramaloni, in realtà, somiglia più ad un Mamuthone, per potenza, forza e zoppicanza.
Il cuore è nero, nero. I bordi si schiariscono, ma sembrà più per pigrizia che per evoluzione. Gli archi sul bicchiere creano trincee di rilievo e spessore preoccupante. Il bicchiere pesa.
Il naso è una botta potente. Lo decanto per più di un'ora. Il naso è una botta potente. Umido e odorosamente intenso, il bicchiere si risolve in una colonna di senzazioni terziarie, spinte e difficilissime da decifrare. Dopo l'inevitabile assefuazione a cotanta sostanza, il frutto fa capolino, rosso e lucido, comunque presente.
In bocca il vino si riprende, sempre con grande potenza. Il calore è accompagnato da un tannino ancora ruspante, ma non verde. La freschezza sorregge l'impianto al centro del sorso, dove la frutta stavolta torna con maggiore protagonismo, donando finalmente un minimo di eleganza e compostezza al bicchiere. Il finale è interminabile, con le note minerali, finora non pervenute, a lasciarti confuso e (in)felice.
Lo definirei un cannonau estremo, spiazzante.

Voto_6.9

martedì 7 giugno 2011

DOC Garda Classico - La Botte Piena - La Basia 2009

Il groppello è vitigno autoctono delle valli lombarde, nello specifico per questa boccia parliamo della Valtènesi, territorio su cui appoggia il lembo meridionale del Garda. La Basia vinifica il groppello (85% della bottiglia) nell'acciaio insieme a marzemino, barbera e sangiovese, insomma un taglio dal carattere forte, dove la bevibilità diventa il centro del progetto e del bicchiere.
Colore pulitissimo, limpido che è una bellezza, questo bicchiere è rubino che sbrilluccica.
Il naso è un turbinio di spezie intense ed espressive, il pepe verde pungente e profumato su tutto, poi una piacevole vinosità, caratteristica e rotonda, una bella nota. Il frutto è fresco, poco muscoloso, quasi una sottotraccia.
Il punto centrale è senz'altro la bevibilità. La freschezza è appagante, così come il tannino, verde ed intenso, ma che non spinge mai oltre il limite, anzi, astringe con insospettata raffinatezza e con garbo.
Nel complesso una bella interpretazione di un vitigno non troppo conosciuto. La botte è decisamente piena.

Voto_7.3

mercoledì 25 maggio 2011

Docg Barbaresco Riserva - Rabajà - Giuseppe Cortese 1999

E poi succede. Succede che sei nel posto giusto, con gli amici "che ci capiscono", che uno dei commensali esprima un desiderio preciso ed irrefrenabile, direi spiazzante e che passi a te il librone/bibbia della carta, succede che tu debba scegliere e succede che scegli.
Ebbene, è successo.
Vorrei essere chiaro, senza mezze misure: è successo che ho bevuto uno dei miei migliori bicchieri.
Importante, elegante, fine, facile, difficile, austero, giocoso, profumato e chiuso. Il Rabajà Riserva di Cortese, cru del cru di Barbaresco, è un vino da declamare, da annunciare, da condividere. Il millesimo è il '99, perchè ormai ha già assunto un qualcerto significato parlare dello scorso secolo, del passato millennio.
Il colore è profondo, di una bellezza oscura, brillante e nero il cuore, la superficie si muove lenta, lasciando intravvedere un bordo ammantato d'amaranto. Sarò pure matto (e lo sono), ma mi sono commosso davanti al colore di questo Barbaresco, l'ho trovato più grande di me, superiore alla mia capacità di distinguere e di ricordare. Il silenzio potrebbe essere l'unica descrizione davvero efficace.
Avvicinare al naso il Rabajà è il momento perfetto in cui realizzi che hai fatto bene a provare, assaggiare, approcciare, studiare, desiderare il vino, ad innamorarti esageratamente di questo prodotto fatto dalla terra e dalle persone. Il naso si riempie subito di un volume inaudito di complessità, quasi che le decine di sfumature presenti nel bicchiere avessero deciso di fondersi al contatto col vetro per diventare un'unica, nuovissima, intensa e meravigliosa nota descrittiva: Rabajà Riserva. Volendo cogliere, cercando di distinguere ad ogni costo, sono stupefacenti gli odori terrosi e umidi, verdi e rossi, profondamente terziari, di questo bicchiere. Elegantissimi, geniali, ti spiazzano comunque per intensità, quasi come fossero note strozzate emesse dalla tromba santa e incappucciata di Miles Davis. Poi le rose vecchie, quel profumo che gioca sul limite, buonissimo, poi ancora una dolcezza secca e schietta, quasi fosse farina di castagne, di quelle grandi. Non identificabile il frutto, rosso e piccolissimo, ma spiritato di forza propria, ancora tenace. Sbalorditivo.
Il sorso mi ha, sinceramente, spaventato. Una forza di un'eleganza impossibile da raccontare, dodici anni di perfezione equilibristica, palato tonico, vivo, un crescendo che dal centro della lingua fa esplodere il tannino rotolante e sinuoso nella gola. La freschezza (ma come ha fatto?!) sostiene sempre e tutto il sorso, le papille impazziscono, il cuore batte forte, gli occhi luccicano. Tornano per almeno un intero minuto, i frutti al naso, il verde ingiallito, la terra saporita.
Una bottiglia che non dimenticherò.

Voto_9.5

mercoledì 18 maggio 2011

Igt Colline Pescaresi - Pecorino - Contesa 2009

Il pecorino (vitigno intendo) è roba strana. Mi affascina, mi intriga, ma, alla fine della fiera, non mi innamora. Eppure ha potenzialità da vendere: è fresco, polposo, profumatissimo. Ma non riesce a convincermi fino in fondo. Perchè?
Prendiamo il caso di questo Contesa, bella cantina, vino fatto molto bene, dal rapporto q/p senz'altro interessantissimo.
Il giallo brilla intenso, con venature dorate, il bicchiere è compatto, l'alcol c'è, scivola lento sul vetro.
I profumi sono intensi e piacevoli, di frutta soprattutto. Una certa deriva legnosa, di dolcezze fruttate e forzate però mi infastidisce. Mi chiedo: è possibile che in un vino abruzzese che nasce da un vitigno autoctono io senta le note di frutta tropicale, la dolcezza della banana, il contrasto dolce/salato? Questo naso pieno, grasso, importante, io non me lo aspetto dal pecorino.
E poi in bocca, tutto finisce in un attimo. I profumi intensi e grassi non ritornano, rimane una sottile vena fresca e sapida, un finale troppo breve e scarno, dopo l'illusione di un naso così importante.
Non è certo il primo pecorino che bevo, eppure, queste caratteristiche d'incoerenza complessiva, d'illusione, le ho ritrovate più che spesso. Non ho ancora bevuto alcuni Offida marchigiani (il Fiobbo di Aurora su tutti, mi dicono sia spettacolare), ma la mia sensazione rimane quella di un vitigno che si vuole riscoprire ad ogni costo pieno e potente, quando in realtà potrebbe essere semplicemente e perfettamente un vino piacevole, fresco, sapido e sottile, sorprendentemente profumato.

 Voto_6.3

lunedì 16 maggio 2011

Un "Amarone" sulla sponda sinistra della Gironda di Daniele Tincati

VdT de France - Planquette - Didier Michaud s.a. (2003)
Due ettari di vigna, attorno a casa, sono il regno di Didier Michaud, vigneron di una delle maggiori zone mondiali dell'industria del vino: Bordeaux. Là dove esistono colossi da 400.000 bottiglie all'anno, vendute a prezzi esorbitanti en primeur, e tenute da oltre 100 ettari vitati, ci sono anche piccole realtà, cocciutamente attaccate a quei fazzoletti di terra, ereditati da generazioni, che varrebbero un patrimonio, se venduti ai grandi gruppi padroni dell'estuario della Gironda. Lui, Didier, e la moglie Catherine, si ostinano a produrre piccole quantità di vino in modo naturale, secondo i dettami dell'agricoltura biologica, andando ancora controcorrente. Il vino, l'unico, come vuole la tradizione, sosta a lungo nelle piccole botti di rovere, rigorosamente francese. Il tempo di sosta non è prefissato, Didier assaggia e dicide il momento dell'imbottigliamento, quando sente che il vino è pronto, normalmente dopo 18-20 mesi, ma capita, come nel 2003, che la sosta si sia prolungata sino a quasi 30 mesi. "Mi raccomando, aprilo almeno 2 ore prima e versalo nel decanter, ha bisogno di ossigenarsi" mi disse, e così ho fatto. Versandolo nel bicchiere colpisce il riflesso brillante di luce rubino, un rubino profondissimo, sanguigno, con riflessi porpora, quasi fosse un lambruscone reggiano. Scivola lentamente nel bicchiere, lasciando le pareti colorate, e gli archetti si fanno attendere per poi scendere fittissimi, lentamente, a più riprese. Al naso ecco quella ciliegia matura e sotto spirito, che ricorda molto la Valpollicella, e le note eteree, unite al cioccolato che fondendosi, portano all'inconfondibile profumo dei boeri. Poi, a seguire, note balsamiche, caffè, speziature dolci e piccanti. Il sorso è consistente, debordante, ma sorprendentemente fresco ed invitante. I tannini sono setosi e fittissimi, di grande qualità. La persistenza ricorda il lento scivolare del vino sul bicchiere, colorata come lui, da quei profumi già trovati in precedenza. Il richiamo và dritto ad un assaggio recente, ben fisso nella memoria, un ottimo Amarone di Michele Castellani, proprio annata 2003. Le differenze sono poche, forse qualcosa sulla morbidezza, a favore dell'ultimo, ma mi sbilancerei nel dire che il vino di Didier sarà più longevo perchè decisamente fresco. E pensare che ha dovuto stampare un'etichetta apposita, visto che le ristrettezze del disciplinare e gli ispettori dell'INAO, non gli hanno consentito di utilizzare il nome Chateau Planquette e la denominazione Medoc, forse per via di quel 15% di alcol che da noi è ormai all'ordine del giorno. Ma, con i 13 euro che ho speso, in Valpollicella ci compravo un Ripasso mediocre, Didier mi ha regalato un autentico "Amarone" del Medoc.

Daniele è un amico, una Umana Enciclopedia Enologica d'Oltralpe, un sommelier. Lo ringrazio per aver messo nero su bianco per me, uno dei suoi tanti, forse troppi, assaggi.

martedì 10 maggio 2011

Igt Emilia - Sottobosco - Ca' de Noci 2008

Un lambrusco che non è esattamente il lambrusco.
Complesso di frutta, salvia e fieno, terriccio, con scarsa vinosità, una fragranza vaga, la spuma compatta, solida, che scompare con lentezza. Ordunque, è lambrusco codesto? I cattivi direbbero "no, questo è un vino" ridacchiando sotto i baffoni, la realtà è che il Sottobosco è uno di quei lambruschi che il puntofermo Stefano Caffarri ascrive tra i protagonisti dell'era dei non lambruschi, ovvero della resurrezione degli stessi.
Il vino dei fratelli Masini è tutto questo, una bellissima e piacevolissima interpretazione di un vino certamemente e fieramente territoriale. Grasparossa, montericco, malbo e sgavetta (scelte originali e non poco), tutto in bottiglia a rifermentare, vigne bio.
Il colore è un porporone scuro che occhieggia fiero alle tonalità delle pietre che costano care. La spuma è bella, un blocco che si ritira uniforme con tutta la calma di chi sa che può farsi attendere.
Il naso è davvero diverso da quello del lambrusco che ci si aspetta: la frutta rossa è impattante, con le more in polpa, e poi erbe sofisticate, quasi officinali, intriganti. La nota della salvia verdona, poi, è gratificante. Il sottofondo è terriccio boscoso ... ops ... sottobosco? Complesso ma agilissimo, da tornarci mille volte con il nasone.
In bocca è piacevole nella sua secchezza schietta ma mai troppo ruvida, tannini a scalare, in ingresso presenti, veloci nel nascondersi per poi ritornare vispi sul finale. La frutta e la nota polverosa emergono in un finale di durata infinita se pensiamo che, volenti o nolenti, si tratta di lambrusco. Un grande lambrusco.

Voto_7.8

giovedì 5 maggio 2011

AOC Champagne Grand Cru Cramant BdB - B. Mallol Gantois 2002

Estremista: chi assolutizza un concetto, una dottrina (def.).
Questo champagne estremizza il concetto di acidità, poche parole. Millesimo 2002, quasi 10 anni dalla vendemmia, non fa una minima piega. Freschezza, acidità, succulenza estrinseca, sbordacciamento, chiamatela come volete, ma in questo bicchiere giallo come l'oro consumato c'è l'estrema sintesi della salivazione da godimento.
Il colore è prezioso, luccica.
Il naso è per chi non cerca una soluzione facile. Le sensazioni sono cotte, intense, dense, escono dal calice disordinate e scorbutiche. Quasi si mettono a scherzare con un naso poco abituato (come il mio), e tu quasi ci credi che c'è qualcosa che non va. Poi, sul finale, mentre porti via i naricioni dal bordo, il saluto è elegantissimo, affascinante, lunghissimo, come uno scialle. Allora ritorni, riannusi, respiri il latte sporco di cioccolata, la nocciola pestata e ti convinci che si, questo è un gran bel vino. Difficile, ma un gran bel vino.
Che poi ti tocca anche berlo. Fulmini e saette attraversano la lingua. Freschezza torrenziale, mineralità millimetrica, grazia agrumata. Sorprende uno strano senso di sofficità fra tutti quegli spigoli, dovuto quasi certamente ad un perlage finissimo e calibrato.
Uno champagne estremo, un vino buono per davvero, che si lascia bere, portafoglio permettendo, a secchiate.

Voto_8.6

lunedì 2 maggio 2011

Maqué Rosè 09 - Porta del Vento 2009

Maquè. Gran nome, da pronunciare a voce alta. Provateci. E provate anche a caricarci sopra un accento siciliano, bello marcato, netto, schietto. Ma qu è? Ma cos'è? Semplice: Perricone. Vitignone superautoctono e supertannico, in questa bottiglia vinificato "in  bianco" dice Marco Sferlazzo, il produttore di Camporeale (PA) che non conosce solforosa. E siccome è vinificato "in bianco", giustamente ... è rosone! O meglio, un porpora scarico, che qui la buccia è talmente ricca che cede già molto solo a sfiorare l'acino per raccoglierlo.
Il colore è bello strano. Lo ridico, porpora stanco, rosa scioccato ... boh? Sta di fatto che la luce è tanta e riflettente, colore acchiappante. Si muove svelto ma compatto nel vetro, rigandolo di coralli. Chiamarlo rosè è riduttivo, comunque.
E poi c'è il naso, che è un piccolo mondo parallelo. Il viaggio nell'isola dei profumi intensi, del mare scuro e del vento. C'è forza nel bicchiere, frutta intensa, non comune e non tutto è pulitissimo, ma molto, molto affascinante. Lampone e mandorla su tutto, e poi quella nota bellissima del fico d'india non pronto, con tutta la sua pungenza (in tutti i sensi). Il naso è davvero di raro interesse, perchè se ci si sofferma un attimo, ma anche due, non si direbbe mai di trovarsi davanti ad un vino che sulle bucce è stato un attimo. Pare impossibile.
In bocca la freschezza è esagerata, accompagna polpa e tannino (che c'è, eccome) per tutto il sorso. La struttura è composta, di un'eleganza originale, tutta personale. Bevibilità da applausi a scena aperta. Davvero un bel vino.

Voto_8.0

venerdì 22 aprile 2011

Vinitaly: 11. Almeno secondo me.


Elaborare le Cinque Giornate di Verona non è stato per nulla semplice. Ho calcolato, insieme al mio  compagno di viaggio Cristian (noto alcolista nocetano), una media di almeno 40 assaggi quotidiani. Questo vuol dire almeno 100.000 parole al giorno rovesciate in mezzo agli stand, addosso agli incolpevoli espositori, perchè io ho un irrefrenabile bisogno fisico di conoscere il come ed il perchè di ogni scelta in vigna e cantina, possibilmente guardando negli occhi chi, quelle scelte, le ha fatte. Sintetizzare è azione, mai come in questo caso, odiosa. Per questa ragione, non sarò sintetico.

AVVISO IMPORTANTE PER I (POCHI) LETTORI 
TEMPO STIMATO DI LETTURA: 37 MINUTI PRIMI CIRCA
ASTENERSI SENZATEMPO

Le persone e gli incontri

Cascina Gilli
Il Vinitaly 11 è stato l'occasione per conoscere persone che seguo virtualmente tra un cinguettio ed un post, quelli del TWY per chi sa di cosa parlo. Ascoltare Gianluca Morino, Cascina Garitina, raccontare di terra, esposizione delle vigne, pressatura, distribuzione e mktg, trasmettendo in ogni passaggio, in ogni assaggio, per ogni diversissimo argomento, la stessa passione e competenza, è stato davvero superbo (barbera sup. a parte). Vedere Chiara, ragionare con noi su quali fossero le etichette "giuste", quelle accattivanti o quelle eleganti, bere una Freisa profondissima, importante, nata dal recupero e dalla testardaggine. E poi quella Malvasia, piacevolissima, che tutto puliva.
.g
Interessantissimo anche l'incontro con Luca Balbiano, il recupero della Vigna di città a Torino, La Vigna della Regina, e poi la Freisa classica e la chicca: il Cari, un vino semplice, ma di sabauda personalità. Tanta energia anche dalle parti di Cinzia, de Le Vigne di Alice, dove mi ha colpito e non poco, il loro Prosecco Metodo Classico .g, naming assolutamente geniale. Fantastico conoscere quel bell'uomo di Paolo Cantele mentre si divide tra una tavolata di coregionali  alla ricerca del tarallo perfetto e noi enostrippati rompiballe (il Fiano Passito sperimentale l'ho ancora impresso). Robe da Vinitaly insomma ....
Colfòndo
E poi ritrovare gli amici. Luca, con il suo Colfòndo, prosecco sempre meno di nicchia, sempre più convincente, sempre più conosciuto e riconoscibile, un vino che è davvero sintesi tra tradizione e interpretazione.
Gli Aglianico dei Carbone
La fantastica Sara, instancabile nel suo affollatissimo stand, con i suoi Aglianico del Vulture che ho trovato in forma spettacolare (il Terra dei Fuochi neonato è davvero da tenere d'occhio) e poi quel Fiano, così bello e difficile, pieno di polvere e frutta, quasi ci fossero dei canditi con gli spigoli.
Parosè de il Mosnel
Passaggio piacevolissimo quanto obbligato quello da Lucia, dove la netta e secchissima qualità delle bollicine franciacortiste non è più una sorpresa, ma una magnifica, lunghissima conferma (tra tutti e i tanti,  il millesimo '06 del Parosè ... che spettacolo).
E poi le cene, quelle che sei troppo stanco per andare, che il tuo fegato ha già chiesto asilo politico in Libia pur di sloggiare ... ma poi le rifaresti altre 1.000 volte. Come quella di Vinix, che mi ha fatto conoscere altre persone e altri vini. Oltre ad aver finalmente conosciuto Filippo Ronco (me lo aspettavo più alto e biondo), ho potuto constatare la bellezza delle facce (stanchissime) di chi vuol condividere, di chi vive il vino come professione e come voglia di trasmettere e di comunicare.
Il Vermentino Deriu
Lì ho conosciuto, ad esempio, Gavino Deriu e sua moglie Margherita (oltre a Filippo, il loro figlio maggiore), viticoltori a Codrongianos, vicino la mia casa isolana. Li ho conosciuti ed è stato amore a prima vista. I loro sono vini pulitissimi, personali, molto interessanti considerando che la loro è una cantina relativamente giovane, e poi sono persone fuori dall'ordinaria gentilezza, splendidi, e questo conta, anche nel fare il vino. Ed ancora, altra cena, altro regalo: ho vissuto un' esperienza mistica e divertentissima  con Paolo e Ale Dettori, in una trattoria alle porte di Verona. Fantastico vedere le espressioni di alcuni produttori piemontesi  (zona Roero) davanti al Dettori Rosso mentre Alessandro spiegava che no, loro legno non ne usano. E Paolo rideva. Con gli occhi, ovviamente. Insomma, tante persone, tanti diversi modi di interpretare il vino, tanti racconti. Bellissimo.

Gli assaggi e le meraviglie

L'Arneis di Angelo Negro
Tantissimi assaggi dicevo. Qualità media molto più che buona, e questo dato mi ha meravigliato non poco. Inoltre ho visto tanta, ma davvero tanta disponibilità da parte di (quasi) tutti gli espositori, nel raccontare, spiegare fino in fondo metodi e prodotti. Un piccolo passaggio in Paradiso insomma, per chi come me, è comunque un neoenofilo, senza i famosi centomila assaggi alle spalle (anche se, di questo passo ...).
Parto con i bianchi. Tra gli innamoramenti istantanei mi sento di segnalare senz'altro un Roero Arneis fulminante, quello di Angelo Negro, il Serra Lupini. Vino dalla mineralità imbarazzante, lunghissimo, fresco, mette pressione agli alsaziani importanti per persistenza e consistenza. Rimanendo in un Piemonte bianchista, un grande Timorasso è quello del timidissimo Daniele Ricci, grandissimo il San Leto, ancor di più l'estremista Il Giallo di Costa, timorasso e cortese che si prendono a testate ... un match avvincente!
Monte dei Tani, Sordato
Andiamo in Veneto, a special big thanks goes to Davide Cocco per il suo Vin Santo di Gambellara: il Monte dei Tani di Sordato. Ecco questo è un Vin (Subito) Santo; è un miracolo di perfezioni ed equilibrismi, là dove neppure la Garganega stessa sapeva di poter arrivare. Un procedimento ancestrale: appassimento in granaio fino alla settimana santa, più fermentazioni in base alle temperature di stagione e di tempo ne passerà (quasi due cinque anni), affinamento in diversi recipienti (di diversi materiali) per quello che sarà poi uno dei più grandi vini passiti che ho avuto il piacere di degustare, per profondità, ampiezza, freschezza e bevibilità. Grazie Davide.
Donnaluna di De Conciliis
Continuando sulla strada dei bianchi, ho preso altre cotte mica da ridere. Mi hanno infranto il cuore seducendomi spudoratamente: tutti (e dico tutti) i bianchi netti, schietti e veri di Armin Kobler, con un particolare occhio al suo Gewurztraminer, diverso, odoroso più che profumato, che ti fa salivare come un S. Bernardo in salita, fantastico; il fiano alla rovescia del cilentano De Conciliis, il Donnaluna, fiano diverso, di quelli che a me piacciono da matti, con quella mineralità spintissima, pulita, e poi quelle mandorle profumate ma amare, un fiano con le ... ; splendidi assaggi anche da Muzic (bellissima chiaccherata con il "piccolo" Fabijan), sono rimasto di stucco soprattutto davanti al loro Pinot Grigio, ancora un po' chiuso, ma che lascia intravedere lampi di gioia immensa; un pezzo del mio cuoricino me l'ha estirpato il Palai di Pojer e Sandri, proprio quel Muller Thurgau che non annovero esattamente tra i primi 5 vitigni del mio cuore, si è dimostrato invece profumatissimo di pungenze minerali e frutta fresca, piacevolissimo in bocca, davvero un vino equilibratissimo, da applausi considerato il rapporto q/p.
1986, Marco De Bartoli
Il giro di boa verso i bicchieri di rosso vestiti lo faccio però con un fuoriclasse assoluto, un assaggio emozionante e difficile: il Marsala Superiore Riserva 1986 di De Bartoli. Che dire, vino difficilissimo, sorprendente, lunghissimo, infinito, eucaliptico e forse inabbinabile, dolcezze nascoste dietro tostature e mineralità. Un capolavoro di un maestro che, purtroppo, non c'e più.
Si passa ai rossi. La sorpresa più grande è senz'altro l'elevazione assoluta in termini di standard qualitativi, ho bevuto davvero dei bei rossi in generale. Più che di colpi al cuore, in questo senso ho solo avuto alcune splendide conferme (che comunque cercavo) e piccole sorprese. Parto dalla mia Sardegna, solo per confermare la crescita qualitativa generale del comparto cannonau (Sedilesu lavora davvero bene) e segnalare un Dule Riserva '06 di Gabbas in condizioni strepitose.
Non voglio soffermarmi troppo sui vini dei Dettori (ci tornerò con post dedicato), sono semplicemente geniali, tutto qua. Io che li conosco da un po', mi permetto di segnalare un Tenores '07 che farà vedere cose straordinarie e un Ottomarzo (Pascale in purezza) che mai ho percepito così pieno, bevibile e "addomesticato" alle papille. Perfetto.
Comparazione d'Alceo 06-07
Le sorprese più grandi le ho avute in Toscana, regione che, inspiegabilmente o colpevolmente, ho per troppo tempo dimenticato. Certamente dal Castello di Rampolla, con il d'Alceo '07 appena imbottigliato e chiusissimo ma che già odora di gloria. Lo so, l'impronta è quella del supertuscan e bla bla bla, ma c'è qualcosa di profondamente toscano e animale in un bicchiere dalle fortissime note varietali che affascinano e ti lasciano con la fortissima voglia di aspettare chissà quanto e ancora. Il gioco dell'assaggio delle 2 annate affiancate poi, mi ha aiutato a capire ancora meglio il concetto di evoluzione nel breve. Si vedrà.
Pacina
Bellissimo l'incontro con Giovanna Tiezzi Borsa, splendida vignaiola di Pacina, con la sua solarità ed i suoi prodotti, in particolare lo splendido Chianti, intenso, lungo di frutta già matura e di tostature non ruffiane ma piacevolissime, con quel tannino da masticare; e poi che olio, un evo rotondissimo, profumato ed intenso, gialloverde come non ne vedevo da anni. Mi è piaciuto, e non poco, anche il Maremmante di Giampaolo Paglia, PoggioargentierA, robusto e fruttoso, Syrah e Alicante in parti uguali, mica da scherzare.
Altre belle sorprese dal profondo nord: due merlottoni da citare, il Pivier, dei trentini Cesconi (bello rotondone con spirito e personalità) e il Riserva 2007 degli altoatesini delle magnifiche Tenute Castel Salegg, merlot in purezza, elegante e con uno spiccato senso del tempo e dell'evoluzione, considerati polpa, tannini e freschezza sciolti nel bicchiere.
Un'etichetta Al-Cantara
Una conferma che è sempre una sorpresa dal profondo sud: la catanese Al-Cantara, con le sue splendide etichette e con i suoi rossi vulcanici vivi e potenti, su tutto il loro nerello mascalese in purezza O'Scuru O'Scuru '07 che regala polvere pirica e liquirizia, per una evoluzione ancora lunga, che vedrà anche la frutta rossa e spiritata farsi spazio.
Vabbè insomma, questi sono solo alcuni dei migliori incontri che ho fatto in queste splendide giornate, dove ho davvero riconosciuto nella stragrande maggioranza dei partecipanti (lato espositori), un altissimo livello di attenzione ed una grande capacità di distinguere i potenziali clienti, i rompiballe e gli appassionati sinceri, cercando di dedicare, ad ogni tipologia di ospite, lo spazio ed il tempo adeguato.
Così è, se vi ... piace. A me, è piaciuto davvero molto.

mercoledì 13 aprile 2011

Cinque giorni al Vinitaly, roba da pazzi?

Non ho nulla contro le geniali istant songs, i coccodrillici istant books e, last but never least, i velocissimi istant post. Anzi.
Ma io, invece, ho una fisica e devastante necessità di tempo per rimettere insieme i 5 (cinque) giorni trascorsi tra: vini fantastici, connessioni 3G inesistenti, sorrisi, scoperte, delusioni, standiste del Motorshow,  cene memorabili, immagini nitide, amicizie grandi, vini troppo giovani (ma che li porti a fà?), #tyw, certezze, bellezze, parole sincere, amicizie nuove e sarde in saor. Metto insieme i pezzi, vediamo cosa verrà fuori.
Cinque giorni da visitatore al Vinitaly non è roba da pazzi, forse un po' da coglioni, certamente da innamorati.

martedì 5 aprile 2011

DOC Rosso Piceno - Rosso Piceno - Sgaly 2007

Bottiglia tosta. Il Rosso Piceno è doc impegnativa, con Montepulciano e Sangiovese a spingere il corpaccione e quel poco di Merlot ad aggraziarlo. Sgaly è un'azienda agricola biologica che ha vigne e cantina in quello scorcio di dolcezze morbide e verdissime tra Ascoli e Fermo. Il mare è là, che i giorni tersi vedi l'azzurro intenso.
Il colore di questo Piceno è un rubino compatto e profondo, senza compromessi. Bello il movimento, il vino si aggrappa al vetro, le lacrime tese, di buona lena si infittiscono.
Il naso è tutta una vinosità, spalleggiata con grande forza da pungenze alcolometriche davvero rilevanti. Irruento dicono i  commensali, un poco sgarbato dico io. Lascio al tempo lo spazio per compiere il suo lavoro. Il giorno dopo le sensazioni sono identiche, una testardaggine ammirevole. Tanta cantina, tanta pungenza, una ciliegiona odorosa che timidamente si affaccia. Un leggero accento pepato, difficile da non confondere con pungenze caloriche.
In bocca è bollente, 15 tasselli alcolici compongono un mosaico che asciuga in un lampo le fauci e piega i tannini. Il retronasale è schietto di vapore e frutta rossa spiritata. L'equilibrio non è proprio rintracciabile, acciaio e malolattica stavolta non bastano a donare bevibilità. Bicchiere impegnativo, necessita di tanta ciccia succulenta da macinare sotto il dentume.

Voto_6.2

venerdì 1 aprile 2011

AOC Pouilly-Fumè - Pouilly-Fumè - Domaine Alexandre Bain 2009

"I cavalli tra i filari, usa i cavalli in vigna".
La Bottiglia viene presentata con questo racconto che non è solo premessa romantica, ma è sostanza e struttura del vino che produce Alexandre Bain. Sauvignon blanc in tutto lo splendore della denominazione regina della Loira, Pouilly-Fumè. Una vinificazione di concezione semplicemente naturale: dalla vigna (i famosi cavalli) alla bottiglia. Nessun trattamento, nessuna correzione, filtrazioni giammai, solforosa forse e comunque davvero poca.
Il colore è d'oro consumato. Ricco di lacrime, questo giallo terso è uno spettacolo di giochi rilucenti e di insospettabili trasparenze. Il bicchiere è corposo e pesante, un bel viaggiare.
Naso che è fascino e forza. Nasconde, e lo fa bene, la sua identità. "Sauvignon si, ma fino ad un certo punto" sembra sussurrare alle narici. Gli accenti polposi di pomi gialli ci sono, belli nitidi, avvolti in mazzi di fiori verdi, freschi e profumati di buono, ma questa polvere terrosa e alcolica, queste zolle di sasso, sono eccezionali. Opposte, le due famigliuole aromatiche si respingono e si uniscono, creando un equilibrio armonico che incanta, o meglio, ipnotizza, come una Quadriglia agitata e colorata. Bellissimo.
In bocca la freschezza è un'ondata, come quando da piccolo, al mare, cercavi la sfida con la spuma salata ed il vento; vincevano loro, come sempre, e tu ti ritrovavi a desiderare di poter respirare con i piedi. Così è il sorso, freschissimo, pieno e lungo. Il palato, invidioso del naso, si presta volentieri a diventare testimone del misterioso equilibrio tra il velluto della pesca ed un sasso tagliente. Bicchiere difficile da dimenticare.

Voto_9.1

mercoledì 30 marzo 2011

IGT Isola dei Nuraghi - Malombra - Cantine Mesa 2005

Bottiglia di vetro scurissimo, etichetta che è la ricerca molto minimal degli stilemi tradizionali sardi. Il risultato è affascinante. La mano è quella di Gavino Sanna, le Cantine Mesa sono una sua creazione, oltre che una sua quasi esclusiva proprietà. Progetto ambizioso, ricco, quello delle Cantine Mesa. Forse uno dei pochi progetti e investimenti "nuovi" nel mondo del vino sardo, una cantina futuristica, tecnologie, open space, architettura della cantina. E del vino.
Il Malombra, bel nome, è sperimentazione enologica che incuriosisce: due vitigni di carattere, l'uno autoctono come non mai, il Carignano del Sulcis, l'altro internazionale ma non facile, lo Syrah. Entrambi cresciuti a sud dell'Isola, Sant'Anna Arresi, sulle colline appena dietro Porto Pino.
Il colore è profondissimo. Un granato minaccioso si aggrappa sul bicchiere dove e come può. Il bicchiere pesa, quasi ti sfida.
Al naso è potenza, calore e legno. Trasuda energia stramatura, frutta macerata e rossa, le note, anche dopo parecchi minuti nel bicchiere, restano confuse, non pulitissime. Sopra tutto spingono gli odori terziari, e lo fanno con troppa forza e troppo presto, a mio avviso. Il tabacco è franco, poi cuoio appena tagliato, note eteree spruzzano vernice di qua e di là. Unica nota addolcente, la vaniglia. Naso difficile, non me lo aspettavo così.
In bocca l'ingresso è dirompente, direi esagerato. Sale dritto per la lingua, per poi infiammare in un attimo tutta la bocca. Caldissimo, il tannino è da aspettare, ma poi aggiunge la sua aggressività ad una bocca già asciugata dalla carica alcolica. Dietro questa arsura appare finalmente la frutta, un accento cotognato piacevolissimo. La freschezza, se c'era, me la sono persa.
Una bottiglia confusa e confondente, soprattutto per il rapporto qualità/prezzo diciamo non agevolissimo. Chissà, sarà stata una bottiglia sfortunata ...

Voto_6.8

lunedì 28 marzo 2011

DOC Dolcetto di Dogliani - San Luigi - Pecchenino 2008

Pulito, davvero un gran bicchiere.
I dolcetti sono vini interessanti e in questo caso si tratta di un Dogliani in una delle sue massime espressioni d'autore, i fratelli Pecchenino, il loro San Luigi.
Il colore è facile e bello. Un rubino compatto, decisamente penetrabile, leggere sfumature violacee ai bordi. Pienezza e gioventù insomma.
Il naso è sfacciatamente fruttato, ma con controllata eleganza, si potrebbe dire con eleganza sabauda. Molte frutte rosse e riconoscibili, interessante la nota di ribes acidulo e pungente, poi note verdi complesse, passate, mature, quasi dell'origano sbriciolato. E ancora una fantastica nota citrata, direi una scorzetta d'arancia, nota che riporta quantità e qualità in termini di freschezza al naso.
In bocca è bello pieno, anche polputo. Equilibratissimo il sorso, con tannini giustissimi e saporiti, freschezza perfetta ai lati della lingua, la frutta piccola e rossa che volentieri accompagna, con  calore affettuoso e mai sgarbato, il golone (sinonimo salsese al sorso).
Arrivato a questo punto del mio brevissimo percorso enoico, comincio ad aprezzare per davvero i vini come il San Luigi, che fanno dell'equilibrio, della costruzione elegante  e senza eccessi, il loro punto di forza, sfruttando in particolare le caratteristiche del vitigno ed il lavoro in vigna (questo vino matura esclusivamente in acciaio).

Voto_8.4

giovedì 24 marzo 2011

IGT Lazio - Coenobium Rusticum - Monastero Suore Cistercensi 2008

Viene da Vitorchiano, Viterbese, dal Monastero delle Suore Cistercensi. Il sig. Bea (Giampiero) da Montefalco ha deciso di dare una grossa mano al piccolo progetto delle monache. Ed il Coenobium Rusticum è il risultato: biologico, aranciato e profumatissimo. Già l'idea acchiappa. I vitigni "bianchi" laziali sono tutti buoni, mediamente sani, ma mancano (quasi) sempre di quel corpo, di quella lunghezza, di quel quid che faccia fare il salto. Il Coenobium è una proposta alternativa, quasi una soluzione: blend! Tanto trebbiano e poi malvasia laziale, verdicchio povero e grechetto. Ognuno fa la sua parte, di tempo ne hanno a sufficenza, almeno 15 giorni sulle bucce.
Il colore è avvincente. Torbido e compatto, questo giallone aranciato è bellissimo da osservare. La luminosità non manca di certo nonostante una trasparenza davvero faticosa. Bello.
Naso lunghissimo, altro che Cyrano. Note fantastiche, di miele e corbezzolo, della scorza d'arancia e poi ancora di agrume, stavolta disidratato, concentrato. Fantastico l'accento pulitissimo di zafferano, nitido, dritto. La frutta, la pesca in particolare, c'è, si tocca, ma rimane ben in disparte. Nessuna confusione rumorosa, solo pulizia. Che per un vino con queste caratteristiche, è davvero una sorpresa.
In bocca il sorso è pieno anche se secchissimo e verticale. Mi sarei aspettato molta più polpa e frutta, invece trovo calore moderato, una interminabile freschezza e un riflesso tannico (questo me lo aspettavo,  ho studiato io!) decisamente pronunciato. Nel complesso è bicchiere che agevola la bevibilità, ma che avrei voluto non dico morbido, ma almeno un minimo più tondo o polputo, per quello che lasciava intendere il naso.


Voto_7.8

martedì 22 marzo 2011

DOCG Barolo - Cascina Francia - Giacomo Conterno 2003

A volte succede. Succede che tu sia ospite gradito, che ti si voglia bene e che in tavola appaia la Bottiglia, quella che si "aspetta qualcuno che l'apprezzi" per stapparla.
Forse è una delle abitudini più umane e belle. Forse è un gesto che riconcilia noi stessi con noi stessi. Umanità e generosità, ovvero condivisione.
E così mi trovo davanti questa bottiglia di un qualcerto prestigio. Che poi prova a spiegarglielo al padrone di casa che questo gioiello è ancora un bambino, che di tempo davanti ne ha da perdere e da perdersi. Ma tant'è ... lo stappo è avvenuto, faremo questo sacrificio.
Cupo, cupissimo, scuro. Un granata nero, quasi  misterioso, si muove solido nel bicchiere.
Il naso è una lezione di imbarazzante ampiezza e severa eleganza. Una spinta terrosa e minerale arriva nitida, sincera. Terra umida, di quella che vuoi toccare, farti scorrere tra le dita. Poi la terra diventa erba verde appena falciata e poi fiore viola, appena colto. La terra si sposta ancora un poco, e lascia passare il frutto rosso e concentrato, spigoloso, una ciliegia pungente, più schiacciata che confettata. Poche storie, se di marmellata si tratta, si sono dimenticati lo zucchero in cantina. E poi i profumi umidi e terrosi che ritornano, in fila, per fare l'appello. Il tabacco, la liquirizia più scura, il pepe quasi aggressivo, una nota fresca e mentolata, pulitissima. Dire complesso è banale e allora mi invento un inestricabile per il naso di questo meraviglioso bicchiere.
In bocca la "gioventù" si fa sentire tutta. Il tannino è un guardiano corazzato ed inflessibile. Sta lì, a presidiare con constanza un sorso potentissimo, fruttato, sapido, acido, molto duro. Non c'è succulenza carnosa sanguigna o brasata che tenga, tutto viene asciugato. Ma che bello questo tostato terroso elegantissimo e lungo che torna in bocca.
Dategli almeno altri tre o quattro inverni nel vetro scuro, sarà già un bicchiere indimenticabile.

Voto_8.9