venerdì 22 aprile 2011

Vinitaly: 11. Almeno secondo me.


Elaborare le Cinque Giornate di Verona non è stato per nulla semplice. Ho calcolato, insieme al mio  compagno di viaggio Cristian (noto alcolista nocetano), una media di almeno 40 assaggi quotidiani. Questo vuol dire almeno 100.000 parole al giorno rovesciate in mezzo agli stand, addosso agli incolpevoli espositori, perchè io ho un irrefrenabile bisogno fisico di conoscere il come ed il perchè di ogni scelta in vigna e cantina, possibilmente guardando negli occhi chi, quelle scelte, le ha fatte. Sintetizzare è azione, mai come in questo caso, odiosa. Per questa ragione, non sarò sintetico.

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ASTENERSI SENZATEMPO

Le persone e gli incontri

Cascina Gilli
Il Vinitaly 11 è stato l'occasione per conoscere persone che seguo virtualmente tra un cinguettio ed un post, quelli del TWY per chi sa di cosa parlo. Ascoltare Gianluca Morino, Cascina Garitina, raccontare di terra, esposizione delle vigne, pressatura, distribuzione e mktg, trasmettendo in ogni passaggio, in ogni assaggio, per ogni diversissimo argomento, la stessa passione e competenza, è stato davvero superbo (barbera sup. a parte). Vedere Chiara, ragionare con noi su quali fossero le etichette "giuste", quelle accattivanti o quelle eleganti, bere una Freisa profondissima, importante, nata dal recupero e dalla testardaggine. E poi quella Malvasia, piacevolissima, che tutto puliva.
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Interessantissimo anche l'incontro con Luca Balbiano, il recupero della Vigna di città a Torino, La Vigna della Regina, e poi la Freisa classica e la chicca: il Cari, un vino semplice, ma di sabauda personalità. Tanta energia anche dalle parti di Cinzia, de Le Vigne di Alice, dove mi ha colpito e non poco, il loro Prosecco Metodo Classico .g, naming assolutamente geniale. Fantastico conoscere quel bell'uomo di Paolo Cantele mentre si divide tra una tavolata di coregionali  alla ricerca del tarallo perfetto e noi enostrippati rompiballe (il Fiano Passito sperimentale l'ho ancora impresso). Robe da Vinitaly insomma ....
Colfòndo
E poi ritrovare gli amici. Luca, con il suo Colfòndo, prosecco sempre meno di nicchia, sempre più convincente, sempre più conosciuto e riconoscibile, un vino che è davvero sintesi tra tradizione e interpretazione.
Gli Aglianico dei Carbone
La fantastica Sara, instancabile nel suo affollatissimo stand, con i suoi Aglianico del Vulture che ho trovato in forma spettacolare (il Terra dei Fuochi neonato è davvero da tenere d'occhio) e poi quel Fiano, così bello e difficile, pieno di polvere e frutta, quasi ci fossero dei canditi con gli spigoli.
Parosè de il Mosnel
Passaggio piacevolissimo quanto obbligato quello da Lucia, dove la netta e secchissima qualità delle bollicine franciacortiste non è più una sorpresa, ma una magnifica, lunghissima conferma (tra tutti e i tanti,  il millesimo '06 del Parosè ... che spettacolo).
E poi le cene, quelle che sei troppo stanco per andare, che il tuo fegato ha già chiesto asilo politico in Libia pur di sloggiare ... ma poi le rifaresti altre 1.000 volte. Come quella di Vinix, che mi ha fatto conoscere altre persone e altri vini. Oltre ad aver finalmente conosciuto Filippo Ronco (me lo aspettavo più alto e biondo), ho potuto constatare la bellezza delle facce (stanchissime) di chi vuol condividere, di chi vive il vino come professione e come voglia di trasmettere e di comunicare.
Il Vermentino Deriu
Lì ho conosciuto, ad esempio, Gavino Deriu e sua moglie Margherita (oltre a Filippo, il loro figlio maggiore), viticoltori a Codrongianos, vicino la mia casa isolana. Li ho conosciuti ed è stato amore a prima vista. I loro sono vini pulitissimi, personali, molto interessanti considerando che la loro è una cantina relativamente giovane, e poi sono persone fuori dall'ordinaria gentilezza, splendidi, e questo conta, anche nel fare il vino. Ed ancora, altra cena, altro regalo: ho vissuto un' esperienza mistica e divertentissima  con Paolo e Ale Dettori, in una trattoria alle porte di Verona. Fantastico vedere le espressioni di alcuni produttori piemontesi  (zona Roero) davanti al Dettori Rosso mentre Alessandro spiegava che no, loro legno non ne usano. E Paolo rideva. Con gli occhi, ovviamente. Insomma, tante persone, tanti diversi modi di interpretare il vino, tanti racconti. Bellissimo.

Gli assaggi e le meraviglie

L'Arneis di Angelo Negro
Tantissimi assaggi dicevo. Qualità media molto più che buona, e questo dato mi ha meravigliato non poco. Inoltre ho visto tanta, ma davvero tanta disponibilità da parte di (quasi) tutti gli espositori, nel raccontare, spiegare fino in fondo metodi e prodotti. Un piccolo passaggio in Paradiso insomma, per chi come me, è comunque un neoenofilo, senza i famosi centomila assaggi alle spalle (anche se, di questo passo ...).
Parto con i bianchi. Tra gli innamoramenti istantanei mi sento di segnalare senz'altro un Roero Arneis fulminante, quello di Angelo Negro, il Serra Lupini. Vino dalla mineralità imbarazzante, lunghissimo, fresco, mette pressione agli alsaziani importanti per persistenza e consistenza. Rimanendo in un Piemonte bianchista, un grande Timorasso è quello del timidissimo Daniele Ricci, grandissimo il San Leto, ancor di più l'estremista Il Giallo di Costa, timorasso e cortese che si prendono a testate ... un match avvincente!
Monte dei Tani, Sordato
Andiamo in Veneto, a special big thanks goes to Davide Cocco per il suo Vin Santo di Gambellara: il Monte dei Tani di Sordato. Ecco questo è un Vin (Subito) Santo; è un miracolo di perfezioni ed equilibrismi, là dove neppure la Garganega stessa sapeva di poter arrivare. Un procedimento ancestrale: appassimento in granaio fino alla settimana santa, più fermentazioni in base alle temperature di stagione e di tempo ne passerà (quasi due cinque anni), affinamento in diversi recipienti (di diversi materiali) per quello che sarà poi uno dei più grandi vini passiti che ho avuto il piacere di degustare, per profondità, ampiezza, freschezza e bevibilità. Grazie Davide.
Donnaluna di De Conciliis
Continuando sulla strada dei bianchi, ho preso altre cotte mica da ridere. Mi hanno infranto il cuore seducendomi spudoratamente: tutti (e dico tutti) i bianchi netti, schietti e veri di Armin Kobler, con un particolare occhio al suo Gewurztraminer, diverso, odoroso più che profumato, che ti fa salivare come un S. Bernardo in salita, fantastico; il fiano alla rovescia del cilentano De Conciliis, il Donnaluna, fiano diverso, di quelli che a me piacciono da matti, con quella mineralità spintissima, pulita, e poi quelle mandorle profumate ma amare, un fiano con le ... ; splendidi assaggi anche da Muzic (bellissima chiaccherata con il "piccolo" Fabijan), sono rimasto di stucco soprattutto davanti al loro Pinot Grigio, ancora un po' chiuso, ma che lascia intravedere lampi di gioia immensa; un pezzo del mio cuoricino me l'ha estirpato il Palai di Pojer e Sandri, proprio quel Muller Thurgau che non annovero esattamente tra i primi 5 vitigni del mio cuore, si è dimostrato invece profumatissimo di pungenze minerali e frutta fresca, piacevolissimo in bocca, davvero un vino equilibratissimo, da applausi considerato il rapporto q/p.
1986, Marco De Bartoli
Il giro di boa verso i bicchieri di rosso vestiti lo faccio però con un fuoriclasse assoluto, un assaggio emozionante e difficile: il Marsala Superiore Riserva 1986 di De Bartoli. Che dire, vino difficilissimo, sorprendente, lunghissimo, infinito, eucaliptico e forse inabbinabile, dolcezze nascoste dietro tostature e mineralità. Un capolavoro di un maestro che, purtroppo, non c'e più.
Si passa ai rossi. La sorpresa più grande è senz'altro l'elevazione assoluta in termini di standard qualitativi, ho bevuto davvero dei bei rossi in generale. Più che di colpi al cuore, in questo senso ho solo avuto alcune splendide conferme (che comunque cercavo) e piccole sorprese. Parto dalla mia Sardegna, solo per confermare la crescita qualitativa generale del comparto cannonau (Sedilesu lavora davvero bene) e segnalare un Dule Riserva '06 di Gabbas in condizioni strepitose.
Non voglio soffermarmi troppo sui vini dei Dettori (ci tornerò con post dedicato), sono semplicemente geniali, tutto qua. Io che li conosco da un po', mi permetto di segnalare un Tenores '07 che farà vedere cose straordinarie e un Ottomarzo (Pascale in purezza) che mai ho percepito così pieno, bevibile e "addomesticato" alle papille. Perfetto.
Comparazione d'Alceo 06-07
Le sorprese più grandi le ho avute in Toscana, regione che, inspiegabilmente o colpevolmente, ho per troppo tempo dimenticato. Certamente dal Castello di Rampolla, con il d'Alceo '07 appena imbottigliato e chiusissimo ma che già odora di gloria. Lo so, l'impronta è quella del supertuscan e bla bla bla, ma c'è qualcosa di profondamente toscano e animale in un bicchiere dalle fortissime note varietali che affascinano e ti lasciano con la fortissima voglia di aspettare chissà quanto e ancora. Il gioco dell'assaggio delle 2 annate affiancate poi, mi ha aiutato a capire ancora meglio il concetto di evoluzione nel breve. Si vedrà.
Pacina
Bellissimo l'incontro con Giovanna Tiezzi Borsa, splendida vignaiola di Pacina, con la sua solarità ed i suoi prodotti, in particolare lo splendido Chianti, intenso, lungo di frutta già matura e di tostature non ruffiane ma piacevolissime, con quel tannino da masticare; e poi che olio, un evo rotondissimo, profumato ed intenso, gialloverde come non ne vedevo da anni. Mi è piaciuto, e non poco, anche il Maremmante di Giampaolo Paglia, PoggioargentierA, robusto e fruttoso, Syrah e Alicante in parti uguali, mica da scherzare.
Altre belle sorprese dal profondo nord: due merlottoni da citare, il Pivier, dei trentini Cesconi (bello rotondone con spirito e personalità) e il Riserva 2007 degli altoatesini delle magnifiche Tenute Castel Salegg, merlot in purezza, elegante e con uno spiccato senso del tempo e dell'evoluzione, considerati polpa, tannini e freschezza sciolti nel bicchiere.
Un'etichetta Al-Cantara
Una conferma che è sempre una sorpresa dal profondo sud: la catanese Al-Cantara, con le sue splendide etichette e con i suoi rossi vulcanici vivi e potenti, su tutto il loro nerello mascalese in purezza O'Scuru O'Scuru '07 che regala polvere pirica e liquirizia, per una evoluzione ancora lunga, che vedrà anche la frutta rossa e spiritata farsi spazio.
Vabbè insomma, questi sono solo alcuni dei migliori incontri che ho fatto in queste splendide giornate, dove ho davvero riconosciuto nella stragrande maggioranza dei partecipanti (lato espositori), un altissimo livello di attenzione ed una grande capacità di distinguere i potenziali clienti, i rompiballe e gli appassionati sinceri, cercando di dedicare, ad ogni tipologia di ospite, lo spazio ed il tempo adeguato.
Così è, se vi ... piace. A me, è piaciuto davvero molto.

mercoledì 13 aprile 2011

Cinque giorni al Vinitaly, roba da pazzi?

Non ho nulla contro le geniali istant songs, i coccodrillici istant books e, last but never least, i velocissimi istant post. Anzi.
Ma io, invece, ho una fisica e devastante necessità di tempo per rimettere insieme i 5 (cinque) giorni trascorsi tra: vini fantastici, connessioni 3G inesistenti, sorrisi, scoperte, delusioni, standiste del Motorshow,  cene memorabili, immagini nitide, amicizie grandi, vini troppo giovani (ma che li porti a fà?), #tyw, certezze, bellezze, parole sincere, amicizie nuove e sarde in saor. Metto insieme i pezzi, vediamo cosa verrà fuori.
Cinque giorni da visitatore al Vinitaly non è roba da pazzi, forse un po' da coglioni, certamente da innamorati.

martedì 5 aprile 2011

DOC Rosso Piceno - Rosso Piceno - Sgaly 2007

Bottiglia tosta. Il Rosso Piceno è doc impegnativa, con Montepulciano e Sangiovese a spingere il corpaccione e quel poco di Merlot ad aggraziarlo. Sgaly è un'azienda agricola biologica che ha vigne e cantina in quello scorcio di dolcezze morbide e verdissime tra Ascoli e Fermo. Il mare è là, che i giorni tersi vedi l'azzurro intenso.
Il colore di questo Piceno è un rubino compatto e profondo, senza compromessi. Bello il movimento, il vino si aggrappa al vetro, le lacrime tese, di buona lena si infittiscono.
Il naso è tutta una vinosità, spalleggiata con grande forza da pungenze alcolometriche davvero rilevanti. Irruento dicono i  commensali, un poco sgarbato dico io. Lascio al tempo lo spazio per compiere il suo lavoro. Il giorno dopo le sensazioni sono identiche, una testardaggine ammirevole. Tanta cantina, tanta pungenza, una ciliegiona odorosa che timidamente si affaccia. Un leggero accento pepato, difficile da non confondere con pungenze caloriche.
In bocca è bollente, 15 tasselli alcolici compongono un mosaico che asciuga in un lampo le fauci e piega i tannini. Il retronasale è schietto di vapore e frutta rossa spiritata. L'equilibrio non è proprio rintracciabile, acciaio e malolattica stavolta non bastano a donare bevibilità. Bicchiere impegnativo, necessita di tanta ciccia succulenta da macinare sotto il dentume.

Voto_6.2

venerdì 1 aprile 2011

AOC Pouilly-Fumè - Pouilly-Fumè - Domaine Alexandre Bain 2009

"I cavalli tra i filari, usa i cavalli in vigna".
La Bottiglia viene presentata con questo racconto che non è solo premessa romantica, ma è sostanza e struttura del vino che produce Alexandre Bain. Sauvignon blanc in tutto lo splendore della denominazione regina della Loira, Pouilly-Fumè. Una vinificazione di concezione semplicemente naturale: dalla vigna (i famosi cavalli) alla bottiglia. Nessun trattamento, nessuna correzione, filtrazioni giammai, solforosa forse e comunque davvero poca.
Il colore è d'oro consumato. Ricco di lacrime, questo giallo terso è uno spettacolo di giochi rilucenti e di insospettabili trasparenze. Il bicchiere è corposo e pesante, un bel viaggiare.
Naso che è fascino e forza. Nasconde, e lo fa bene, la sua identità. "Sauvignon si, ma fino ad un certo punto" sembra sussurrare alle narici. Gli accenti polposi di pomi gialli ci sono, belli nitidi, avvolti in mazzi di fiori verdi, freschi e profumati di buono, ma questa polvere terrosa e alcolica, queste zolle di sasso, sono eccezionali. Opposte, le due famigliuole aromatiche si respingono e si uniscono, creando un equilibrio armonico che incanta, o meglio, ipnotizza, come una Quadriglia agitata e colorata. Bellissimo.
In bocca la freschezza è un'ondata, come quando da piccolo, al mare, cercavi la sfida con la spuma salata ed il vento; vincevano loro, come sempre, e tu ti ritrovavi a desiderare di poter respirare con i piedi. Così è il sorso, freschissimo, pieno e lungo. Il palato, invidioso del naso, si presta volentieri a diventare testimone del misterioso equilibrio tra il velluto della pesca ed un sasso tagliente. Bicchiere difficile da dimenticare.

Voto_9.1