giovedì 25 agosto 2011

Doc Colli Piacentini - Ortrugo - Cordani 2010

"Lasciato fermentare sulle bucce" recita la retroetichetta. E questo mi piace tanto. Si, perché l'Ortrugo lo conosco, lo bevono alle mie spalle, 2 vallate più in là, tra i Colli Piacentini, verdi e sottovalutati.
L'Ortrugo non è un vino che definiresti impegnativo, con quelle note lievi e fragranti, bevibilità a secchiate ...  e a culo tutto il resto (cit. gucciniana).
Marco Cordani però la pensa diversamente e vuole regalare più spessore e struttura a questo vino, così lo fa fermentare sulle bucce, per poter estrarre di tutto e di più da quest'uva strana, quasi (non semi) aromatica.
Il colore è bello, affascinante, velato di sostanza. Giallo birroso, stile Pale Ale, ma con delle venature metallizate mica da scherzare. La bolla è tanta e cicciuta, la schiuma fitta, il tutto però scompare con una velocità sorprendente.
I profumi sono intensi, non facili. Tanto fresco e verde, fiori vivissimi, fragranti, e poi note più cupe, lunghe, come di un frutto giallo già troppo maturo ma che, nel complesso, arricchiscono il naso di questo bicchiere, lo bilanciano.
In bocca è davvero piacevole, fresco e centrato all'attacco, punta subito al sodo, pungendo con garbo la lingua. Salino al punto giusto, intriga per per una nota amara e masticabilissima, pompelmo e frutta. Bel bicchiere, senz'altro.

Voto_7.8

giovedì 11 agosto 2011

Igt Sicilia - Sedàra - Donnafugata 2006

Chissà perchè mi lascio influenzare così tanto dalla bellezza dell'etichetta. In realtà dei vini e delle persone a me ha sempre interessato la sostanza, mai l'abito. Eppure è così, mi accorgo, con il passare del tempo e degli assaggi, che do sempre qualche chance in più a chi si agghinda bene, che sia l'etichetta o le parole o il progetto o la bottiglia. Non so, ma è un difetto che devo correggere, la centralità del bicchiere, del vino, oggi mi deve interessare di più, e mi ci devo concentrare.
Perchè bere Donnafugata a volte ti fa confondere. Non capisci se è il vino che è buono, oppure è l'insieme di quelle bottiglie sempre bellissime che trionfano inesorabilmente sulla tavola, è quel nome, quell'idea di Maria Carolina che scappa da Napoli, quella ricerca della bellezza colta, identitaria, fiera ... insomma sicula.
Perchè in fondo, questo blend di Nero d'Avola prevalente, che ha il cognome del don Calogero de "I Gattopardi", non è strabiliante. Eppure affascina. Il bicchiere bevuto ha buoni anni sulle spalle per la tipologia "fresca" che dovrebbe rappresentare. Acciaio e cemento, il legno non c'è.
Il colore è scuro ma rubicondo, non brillantissimo, un poco cupo. Misteriosi gli archi sul vetro, lenti e veloci, larghi e sottilissimi. Colore interessate, perchè il cuore, il centro, in realtà illumina. Bello l'effetto.
Il naso è tanta frutta macerata nell'alcol buongusto, sotto uno spirito sopito. E poi minerale, un poco di ruggine. Naso povero in complessità, ma bello vivo e potente.
In bocca è ormai il caldo a farla da padrone, con umili tannini che accompagnano sommessamente il sorso. Il fruttone rosso torna lungo e vaporoso, ma il finale è troppo ammaricato, un minerale spento, non spigoloso.
Meglio l'etichetta del bicchiere.

Voto_6.4

martedì 9 agosto 2011

Aoc Champagne - Réserve Brut Autréau-Lasnot s.a.

Rue de Champagne, Venteuil. Sotto Reims c'è tanta, tanta roba. Non ci sono mai stato, è uno di quei viaggi che si faranno, quelli che tieni li, perchè sai che in fondo non è così complicato, che ci puoi andare "quando vuoi", ed invece rimane lì, tra un portafoglio che piange e la tentazione golosa di qualche last minute più esotico ed economico.
Per fortuna c'è il vino che viaggia, almeno lui.
Champagne dicevo, una cuvée di quelle straclassiche per davvero, dove il Mugnaio (inteso come pinot) c'è eccome. Sboccato nel 2010, l'etichetta non è chiarissima, quel Réserve senza millesimo buttato lì, mi sa più di trovata che strizza l'occhio al commerciale che di concreta info per il "sempresialodato" consumatore.
Le bolle sono belle e fini, il colore è il giallo carico e pieno che ti aspetti, brillante, decisamente intenso. Il colore è appagante, infonde sicurezza, da subito.
Il naso è profumatissimo e delicato. Ci si perde tra i profumi che sai di trovare (pani e croste), ma ancor di più in note floreali che non ti aspetti. Per niente verdi, sono fiori colorati, odorosi, intensi. E poi quella fragranza di polpa bianca croccante, piacevolissima.
In bocca fila via liscio elegante e leggiadro, senza complicazioni. Freschezza da vendere, le bolle si presentano sulla lingua con forza garbata, allungando, se possibile, la sensazione tattile ben oltre l'ingresso.
Tutti i profumi del naso latitano tra le guance, dove è la citricità spiccata a farla da padrona, garantendo comunque una bevuta più che degna. Champagne, nient'altro che champagne ... e dimmi poco.

Voto_7.5



giovedì 4 agosto 2011

DOC Vermentino di Sardegna Metodo Classico - Filighe - Cherchi s.a.

Sperimentate gente, sperimentate. Il vino ha bisogno di tutto, delle cose buone, di quelle brutte, di idee geniali e di flop devastanti, di chiacchere e distintivi, di silenzi sconfortanti.
Io, che tradizionalista e conservatore proprio non sono, ho accolto con entusiasmo questo Vermentino in purezza spumantizzato che Tore Cherchi ha deciso di inventarsi. Prende il suo Vermentino più giovane, duro e minerale, lo vendemmia un poco prima del solito, ne fa un vino base e invece di metterlo in autoclave che fa? Ci fa un metodo classico. Stranezze isolane, e meno male.
Bolle di spessore preoccupante invadono il bicchiere, ma la spuma si dirada svelta e gioiosa, svelando un'intensa bollatura, fine, catenata, bella. E poi il colore, quel verde ingiallito, che pare una foglia di olivastro al sole.
Il naso è pietra e spilli. La vena del granito, quel brillare al sole, che vai e spiegalo agli altri che i sassi non sono profumati. E poi la limuninca, quella prugna piccola piccola, allungata, gialla, acida e dolce, che profuma d'Isola.
In bocca, tutta la freschezza sospettata, si raccoglie, ordinata, davanti all'intuizione di Cherchi: il Metodo Classico. I lieviti aggiustano, il legno  arrotonda, il sorso è lungo, caratteristico, personale. Mai banale, sarebbe scorretto definirlo elegante, perchè questo Vermentino con le bolle è un bel tipetto. Da rispettare.

Voto_7.9

lunedì 1 agosto 2011

Igt Colli Savonesi - Granaccia - Valleponci 2008

La storia infinita del tocai (tai) rosso, del cannonau, della grenache, garnacha, granaccia, vernaccia nera ... la storia infinita di un vitigno talmente diffuso da cambiare se stesso (ecco una bella sintesi di MariaGrazia). Se è vero che i vitigni internazionali quelli sono, e sfumano in base ai terreni, agli uomini, alle latitudini, quest'uva nera e viola fa il verso a tutti e si mette di traverso. Uguale a se stessa: mai.
Qui si beve, in purezza, la tipologia ligure. 
Niente male il colore davvero vivo nel bicchiere, rubinone brillante e senza incertezze, scava geometrie tese ma veloci sul vetro.
Il naso è interessante, tanto verde profumato che non ti aspetti, quasi balsamico, piacevole ma forse non intonatissimo, anche se questo accento di pigna resinosa affascina. Poi il frutto arriva a chiudere con nota dolce e piena la narice balsamizzata.
In bocca è dritto, poco tannino, molto fresco. Il verde ora si mastica, con grande piacere e bevibilità. Tutto sommato un vino dall'equilibrio "scontato" ma, allo stesso tempo, sorprendente, giocato su toni odorosi, angoli tondi e poca frutta. Per niente ruffiano, e questo è un gran pregio.

Voto_7.3