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venerdì 13 gennaio 2012

IGT Sicilia - Duca Enrico - Duca di Salaparuta 1997

Ci sono quelle bottiglie di una certa importanza, dove il nome, l'etichetta, esplodono di grandiosità e rischiano di mettere in soggezione il piccolo degustatore incallito.
Esistono poi amici che si presentano al tuo desco con una di codeste bottiglie dicendo "se non la bevo con voi ..." e la soggezione, in un attimo, svanisce.
Il Duca in questione ha 14 anni, ed è Nero. D'Avola.
Passo oltre alla storia ed al blasone della cantinona siciliana, cado dritto al liquido colorato di liquirizia granata che ho versato dentro quel pappagallo che vorrebbe essere un decanter (o viceversa, chissà). Il naso è una botta gentile, esageratamente complessa e fruttosa, un bicchiere fitto di profumi per niente sussurrati, nessuna severità, nessun grigio tailleur, ma ... gioiosa e vivissima confusione. Belle anche le virgole profonde fatte di tabacco e spezie, di tessuto intenso, a trama spessa, una profumo tattile, non troppo morbido ma avvolgente. Bello.
In bocca il tannino ormai si piega nelle rughe del tempo, il sorso è rotondissimo, sferico, forse anche troppo posato, con quella acidità che si stiracchia stancamente sulla lingua, ma che compie il suo dovere. Il frutto torna, con cipiglio ammaricato, in fondo alla gola, e la scalda, sobriamente.
Un bicchiere che mi ha sorpreso, non ha centrato minimamente le mie aspettative. E questo, se da un lato mi è piaciuto assai, dall'altro mi fa sempre più pensare al mio rapporto con le bottiglie di grande prestigio (anche commerciale) ma con le quali io non "sono cresciuto" dal punto di vista enoculturale. Mah ....

Voto_7.3


giovedì 11 agosto 2011

Igt Sicilia - Sedàra - Donnafugata 2006

Chissà perchè mi lascio influenzare così tanto dalla bellezza dell'etichetta. In realtà dei vini e delle persone a me ha sempre interessato la sostanza, mai l'abito. Eppure è così, mi accorgo, con il passare del tempo e degli assaggi, che do sempre qualche chance in più a chi si agghinda bene, che sia l'etichetta o le parole o il progetto o la bottiglia. Non so, ma è un difetto che devo correggere, la centralità del bicchiere, del vino, oggi mi deve interessare di più, e mi ci devo concentrare.
Perchè bere Donnafugata a volte ti fa confondere. Non capisci se è il vino che è buono, oppure è l'insieme di quelle bottiglie sempre bellissime che trionfano inesorabilmente sulla tavola, è quel nome, quell'idea di Maria Carolina che scappa da Napoli, quella ricerca della bellezza colta, identitaria, fiera ... insomma sicula.
Perchè in fondo, questo blend di Nero d'Avola prevalente, che ha il cognome del don Calogero de "I Gattopardi", non è strabiliante. Eppure affascina. Il bicchiere bevuto ha buoni anni sulle spalle per la tipologia "fresca" che dovrebbe rappresentare. Acciaio e cemento, il legno non c'è.
Il colore è scuro ma rubicondo, non brillantissimo, un poco cupo. Misteriosi gli archi sul vetro, lenti e veloci, larghi e sottilissimi. Colore interessate, perchè il cuore, il centro, in realtà illumina. Bello l'effetto.
Il naso è tanta frutta macerata nell'alcol buongusto, sotto uno spirito sopito. E poi minerale, un poco di ruggine. Naso povero in complessità, ma bello vivo e potente.
In bocca è ormai il caldo a farla da padrone, con umili tannini che accompagnano sommessamente il sorso. Il fruttone rosso torna lungo e vaporoso, ma il finale è troppo ammaricato, un minerale spento, non spigoloso.
Meglio l'etichetta del bicchiere.

Voto_6.4

lunedì 2 maggio 2011

Maqué Rosè 09 - Porta del Vento 2009

Maquè. Gran nome, da pronunciare a voce alta. Provateci. E provate anche a caricarci sopra un accento siciliano, bello marcato, netto, schietto. Ma qu è? Ma cos'è? Semplice: Perricone. Vitignone superautoctono e supertannico, in questa bottiglia vinificato "in  bianco" dice Marco Sferlazzo, il produttore di Camporeale (PA) che non conosce solforosa. E siccome è vinificato "in bianco", giustamente ... è rosone! O meglio, un porpora scarico, che qui la buccia è talmente ricca che cede già molto solo a sfiorare l'acino per raccoglierlo.
Il colore è bello strano. Lo ridico, porpora stanco, rosa scioccato ... boh? Sta di fatto che la luce è tanta e riflettente, colore acchiappante. Si muove svelto ma compatto nel vetro, rigandolo di coralli. Chiamarlo rosè è riduttivo, comunque.
E poi c'è il naso, che è un piccolo mondo parallelo. Il viaggio nell'isola dei profumi intensi, del mare scuro e del vento. C'è forza nel bicchiere, frutta intensa, non comune e non tutto è pulitissimo, ma molto, molto affascinante. Lampone e mandorla su tutto, e poi quella nota bellissima del fico d'india non pronto, con tutta la sua pungenza (in tutti i sensi). Il naso è davvero di raro interesse, perchè se ci si sofferma un attimo, ma anche due, non si direbbe mai di trovarsi davanti ad un vino che sulle bucce è stato un attimo. Pare impossibile.
In bocca la freschezza è esagerata, accompagna polpa e tannino (che c'è, eccome) per tutto il sorso. La struttura è composta, di un'eleganza originale, tutta personale. Bevibilità da applausi a scena aperta. Davvero un bel vino.

Voto_8.0

venerdì 11 febbraio 2011

DOC Etna Rosso - O'scuru o'scuru - Al Cantara 2006

Non devo bere i vini di Al Cantara. Devo solo guardarli, osservarli, ammirarne i dettagli colorati, le visioni. Le etichette di Cartura mi commuovono.
La malinconia non è mai una sensazione da provarsi all'atto dello stappo, ma già so che quel momento segna l'abbandono, il distacco. E così non mi godo il bicchiere con serenità, mi dispiaccio e questo sentimento poi, se dentro quel bicchiere c'è il vulcanico Nerello, aumenta in modo preoccupante.
Perchè questo, lo dico subito, è davvero un bel bicchiere, difficile, ma bello. Tanto mascalese e poco cappuccio per questo che è, senza  dubbio, un vino siculo di razza.
Il colore è di un rosso cupo, chiuso, denso. Non è splendente, ma affascina eccome. Archi di consistenza e spessore, sfumature metalliche in trasparenza.
Il naso è da "programma di allenamento intensivo". Forte, imponente, energico, ma finissimo nei modi. Quasi elegante, se non fosse per questa intensità travolgente. Il frutto è rosso, maturo, quasi polposo, ma le note più interessanti sono le speziature forti, le polveri profumatissime, di caffè, di macinature tostate. Il senso di asciutto e di vulcanico è davvero chiaro in questo bicchiere.
In bocca fa il duro. Va dritto, una lama su per la lingua, si appoggia, senza far danni, con tannini vivissimi, aggrappanti. Una prova di forza in piena regola, appena sotto controllo. Non si slitta  mai fuori strada, non è un vino morbido di certo, ma questa spigolosità netta ma a suo modo garbata, mi piace da matti. Fantastica la persistenza di qualità davvero superiore, e quel retronasale polveroso, quasi fosse cenere. Se cercate coerenza tra territorio e prodotto, accomodatevi.


Voto_8.5 (sarebbe un 9.0 se solo si potesse sciogliere l'etichetta dentro la bottiglia ...)

lunedì 11 gennaio 2010

IGT Sicilia - Cappiddazzu paga tuttu - Al Cantara 2006


Bellissima la bottiglia, bellissima l'etichetta (Cartura, progetto affascinante del Maestro Alfredo Guglielmino), bellissimo il nome (commedia scritta a quattro mani da Martoglio e Pirandello).

Gran bell'esempio di Cabernet Sauvignon in purezza, di francese è rimasto davvero solo il ricordo: siculo al 100% (uva dell'ovest, anzi del west, parliamo di marsala, mazzara, parliamo di colline esposte al sole come poche nel mediterraneo), un vino di una schiettezza complicata (da buon siculo ...). Magari vorrebbe essere moderatamente gentile e novellamente elegante ... ma, per fortuna, non ci riesce!
Nel bicchiere si presenta di un rosso mattonato mica male, ma più cupo se possibile, con unghia quasi melanzana. Colore che ti spaventa e ti affascina. Bella consistenza, attaccature alte, medie, basse, insomma ... il bicchiere viene assalito da archi a volte regolari, a volte rapidi, a volte disordinati, a volte immobili, a volte ...
Il naso è molto, ma molto più complesso di quanto ci si potrebbe aspettare. Frutti rossissimi maturi ma non troppo (amarene? ciliege?), solide dolcezze legnose inaspettate nella forza, vaniglia tanta. Pausa. Adesso cacao amaro (dopo quella dolcezza?), spezie tantissime, sopratutto un pepe verde che non avevo mai riconosciuto così netto ... insomma un'esplosione!
Il sorso rotola in morbidezze che oscurano le freschezze, un tannino che sembra assurdamente dimenticato chissà dove ma che poi, quasi per incanto, si presenta nel finale, robusto, forte, solido.
Il vino non può dirsi certo equilibrato, ma è una bevuta che mi ha emozionato e tanto, un bellissimo "laboratorio" d'analisi. E poi ... che etichetta ragazzi, che etichetta!

Voto_7.7