mercoledì 30 marzo 2011

IGT Isola dei Nuraghi - Malombra - Cantine Mesa 2005

Bottiglia di vetro scurissimo, etichetta che è la ricerca molto minimal degli stilemi tradizionali sardi. Il risultato è affascinante. La mano è quella di Gavino Sanna, le Cantine Mesa sono una sua creazione, oltre che una sua quasi esclusiva proprietà. Progetto ambizioso, ricco, quello delle Cantine Mesa. Forse uno dei pochi progetti e investimenti "nuovi" nel mondo del vino sardo, una cantina futuristica, tecnologie, open space, architettura della cantina. E del vino.
Il Malombra, bel nome, è sperimentazione enologica che incuriosisce: due vitigni di carattere, l'uno autoctono come non mai, il Carignano del Sulcis, l'altro internazionale ma non facile, lo Syrah. Entrambi cresciuti a sud dell'Isola, Sant'Anna Arresi, sulle colline appena dietro Porto Pino.
Il colore è profondissimo. Un granato minaccioso si aggrappa sul bicchiere dove e come può. Il bicchiere pesa, quasi ti sfida.
Al naso è potenza, calore e legno. Trasuda energia stramatura, frutta macerata e rossa, le note, anche dopo parecchi minuti nel bicchiere, restano confuse, non pulitissime. Sopra tutto spingono gli odori terziari, e lo fanno con troppa forza e troppo presto, a mio avviso. Il tabacco è franco, poi cuoio appena tagliato, note eteree spruzzano vernice di qua e di là. Unica nota addolcente, la vaniglia. Naso difficile, non me lo aspettavo così.
In bocca l'ingresso è dirompente, direi esagerato. Sale dritto per la lingua, per poi infiammare in un attimo tutta la bocca. Caldissimo, il tannino è da aspettare, ma poi aggiunge la sua aggressività ad una bocca già asciugata dalla carica alcolica. Dietro questa arsura appare finalmente la frutta, un accento cotognato piacevolissimo. La freschezza, se c'era, me la sono persa.
Una bottiglia confusa e confondente, soprattutto per il rapporto qualità/prezzo diciamo non agevolissimo. Chissà, sarà stata una bottiglia sfortunata ...

Voto_6.8

lunedì 28 marzo 2011

DOC Dolcetto di Dogliani - San Luigi - Pecchenino 2008

Pulito, davvero un gran bicchiere.
I dolcetti sono vini interessanti e in questo caso si tratta di un Dogliani in una delle sue massime espressioni d'autore, i fratelli Pecchenino, il loro San Luigi.
Il colore è facile e bello. Un rubino compatto, decisamente penetrabile, leggere sfumature violacee ai bordi. Pienezza e gioventù insomma.
Il naso è sfacciatamente fruttato, ma con controllata eleganza, si potrebbe dire con eleganza sabauda. Molte frutte rosse e riconoscibili, interessante la nota di ribes acidulo e pungente, poi note verdi complesse, passate, mature, quasi dell'origano sbriciolato. E ancora una fantastica nota citrata, direi una scorzetta d'arancia, nota che riporta quantità e qualità in termini di freschezza al naso.
In bocca è bello pieno, anche polputo. Equilibratissimo il sorso, con tannini giustissimi e saporiti, freschezza perfetta ai lati della lingua, la frutta piccola e rossa che volentieri accompagna, con  calore affettuoso e mai sgarbato, il golone (sinonimo salsese al sorso).
Arrivato a questo punto del mio brevissimo percorso enoico, comincio ad aprezzare per davvero i vini come il San Luigi, che fanno dell'equilibrio, della costruzione elegante  e senza eccessi, il loro punto di forza, sfruttando in particolare le caratteristiche del vitigno ed il lavoro in vigna (questo vino matura esclusivamente in acciaio).

Voto_8.4

giovedì 24 marzo 2011

IGT Lazio - Coenobium Rusticum - Monastero Suore Cistercensi 2008

Viene da Vitorchiano, Viterbese, dal Monastero delle Suore Cistercensi. Il sig. Bea (Giampiero) da Montefalco ha deciso di dare una grossa mano al piccolo progetto delle monache. Ed il Coenobium Rusticum è il risultato: biologico, aranciato e profumatissimo. Già l'idea acchiappa. I vitigni "bianchi" laziali sono tutti buoni, mediamente sani, ma mancano (quasi) sempre di quel corpo, di quella lunghezza, di quel quid che faccia fare il salto. Il Coenobium è una proposta alternativa, quasi una soluzione: blend! Tanto trebbiano e poi malvasia laziale, verdicchio povero e grechetto. Ognuno fa la sua parte, di tempo ne hanno a sufficenza, almeno 15 giorni sulle bucce.
Il colore è avvincente. Torbido e compatto, questo giallone aranciato è bellissimo da osservare. La luminosità non manca di certo nonostante una trasparenza davvero faticosa. Bello.
Naso lunghissimo, altro che Cyrano. Note fantastiche, di miele e corbezzolo, della scorza d'arancia e poi ancora di agrume, stavolta disidratato, concentrato. Fantastico l'accento pulitissimo di zafferano, nitido, dritto. La frutta, la pesca in particolare, c'è, si tocca, ma rimane ben in disparte. Nessuna confusione rumorosa, solo pulizia. Che per un vino con queste caratteristiche, è davvero una sorpresa.
In bocca il sorso è pieno anche se secchissimo e verticale. Mi sarei aspettato molta più polpa e frutta, invece trovo calore moderato, una interminabile freschezza e un riflesso tannico (questo me lo aspettavo,  ho studiato io!) decisamente pronunciato. Nel complesso è bicchiere che agevola la bevibilità, ma che avrei voluto non dico morbido, ma almeno un minimo più tondo o polputo, per quello che lasciava intendere il naso.


Voto_7.8

martedì 22 marzo 2011

DOCG Barolo - Cascina Francia - Giacomo Conterno 2003

A volte succede. Succede che tu sia ospite gradito, che ti si voglia bene e che in tavola appaia la Bottiglia, quella che si "aspetta qualcuno che l'apprezzi" per stapparla.
Forse è una delle abitudini più umane e belle. Forse è un gesto che riconcilia noi stessi con noi stessi. Umanità e generosità, ovvero condivisione.
E così mi trovo davanti questa bottiglia di un qualcerto prestigio. Che poi prova a spiegarglielo al padrone di casa che questo gioiello è ancora un bambino, che di tempo davanti ne ha da perdere e da perdersi. Ma tant'è ... lo stappo è avvenuto, faremo questo sacrificio.
Cupo, cupissimo, scuro. Un granata nero, quasi  misterioso, si muove solido nel bicchiere.
Il naso è una lezione di imbarazzante ampiezza e severa eleganza. Una spinta terrosa e minerale arriva nitida, sincera. Terra umida, di quella che vuoi toccare, farti scorrere tra le dita. Poi la terra diventa erba verde appena falciata e poi fiore viola, appena colto. La terra si sposta ancora un poco, e lascia passare il frutto rosso e concentrato, spigoloso, una ciliegia pungente, più schiacciata che confettata. Poche storie, se di marmellata si tratta, si sono dimenticati lo zucchero in cantina. E poi i profumi umidi e terrosi che ritornano, in fila, per fare l'appello. Il tabacco, la liquirizia più scura, il pepe quasi aggressivo, una nota fresca e mentolata, pulitissima. Dire complesso è banale e allora mi invento un inestricabile per il naso di questo meraviglioso bicchiere.
In bocca la "gioventù" si fa sentire tutta. Il tannino è un guardiano corazzato ed inflessibile. Sta lì, a presidiare con constanza un sorso potentissimo, fruttato, sapido, acido, molto duro. Non c'è succulenza carnosa sanguigna o brasata che tenga, tutto viene asciugato. Ma che bello questo tostato terroso elegantissimo e lungo che torna in bocca.
Dategli almeno altri tre o quattro inverni nel vetro scuro, sarà già un bicchiere indimenticabile.

Voto_8.9

martedì 15 marzo 2011

Appellation Alsace Gran Cru Contrôlée - Grand Cru Brand Gewurztraminer - Albert Boxler 1997

Piccoli miracoli, anzi parlerò di miracoli piccoletti.
A mio nonno (classe '14) piaceva spesso raccontare di quando i  giovani e  sempre più impauriti soldati della Wehrmacht in rastrellamento, non lo videro. Lui, che già era scappato dalla sua Trastevere bombardata, era sdraiato tra le canne e la melma, sulle rive del Serchia Serchio, accanto a Lucca. Lui era lì, loro erano lì, si nascondeva approssimativamente, eppure non lo videro, o non lo vollero vedere. Concludeva sempre così il racconto: "Un  miracolo piccoletto, piccoletto come me" e rideva, di gusto.
Se il vino è emozione, se il vino è ricordo, questo racconto piccolo calza a pennello per questa Bottiglia.
L'Alsazia è terra ostica, crucchi francesi, poco da aggiungere. Ma quelle terre sanno regalare frutti eccezionali, profumi e mineralità quasi irraggiungibili. Questo Gewurz ha il colore delle pepite grezze, dell'oro sporco e, per questo, ancora più prezioso. Regala al bicchiere densità e concentrazione, architetture d'ambra.
Il naso è semplicemente, magnificamente infinito. Un incanto, puoi cercare quello che vuoi, e trovarlo. Frutte candite morbide o fresche spigolose, gialle o tropicali, la polpa della pesca che sgocciola, la finezza delle spezie preziose, del pepe dolce, della cannella da pastrugnare, e poi minerale, quella nota salata al naso che in me scatena dipendenza fisica. Oppure i fiori, che poi, in fondo, di trovare ad ogni costo il "bouquet floreale" nel vino non me ne è mai fregato una beata .., ma stavolta non posso non ascoltare questa pungenza intensa e dolcissima, quasi appiccicosa del glicine, dell'acacia, del fiore di sambuco. Una meraviglia.
Dopo questo tempo il sorso ancora vibra. Concentrato, abboccato,  polputo, non stona mai. La freschezza sostiene ancora, con la saggezza dei lustri, un sorso giustamente caldo, elegantissimo, che vorremmo di persistenza infinita ma che invece chiude con una certa e più che giustificata sveltezza.
Un perfetto, piccolo miracolo. Anzi, un miracolo piccoletto.

Voto_9.5

un grazie ad Andrea "Barone" Ricci, donatore enoico
un non grazie a Boxler per aver scelto la 50 cl per i suoi vini, quei 25 cl che mancano li rimpiangerò per sempre ...

sabato 12 marzo 2011

IGT Isola dei Nuraghi - Luzzana - Giovanni Cherchi 2008

Sempre Coros, sempre Usini. Si tratta di un'invenzione, di un taglio, di un blend. L'inventore è sempre lui: il sig. Giovanni "Billia" Cherchi (insieme a Cella e Tore Cherchi), mio piccolo tesoro vicino casa (quella isolana), 15 minuti di macchina dalla felicità.
Questo vino rappresenta una grande prova enologica, a mio avviso. Vitigni difficili, potenti, messi insieme grazie alla capacità ed alla conoscenza, all'uso degli strumenti. Malolattica svolta per intero, legno piccolo per poco tempo. Cagnulari tanto, cannonau meno. Sardo, molto.
Il colore è sempre perfetto. Rubino ingioiellato, potente e scuro nel cuore, quasi impenetrabile. Elegante nel bicchiere, piccole rampe acute si formano con calma, senza troppa lentezza.
Il naso è bello, pieno, semplice e pulitissimo. La prugna è lì, schiacciata e matura, insieme a dolcezze pepate e pungenti. Poi c'è quella nota di macchia, del caldo che a luglio spacca la terra, del maestrale che alza la polvere sui filari. Quella nota lì, insomma.
La sorpresa, che c'è sempre ogni volta che bevo il Luzzana (ed ormai sono davvero tante, forse troppe ...), è il sorso. Credo che il concetto di equilibrio nasca grazie a vini come questo. Il bicchiere è davvero perfetto: i tannini non sono "gentili", sono giustamente vivi, ma elveticamente allineati dentro ad un sorso caldo e polputo, asciutto ma non polveroso, fresco e morbido. Bevibilissimo, questo '08 l'ho trovato già in grandissima forma, decisamente pronto per il gargarozzo. Interessante il prezzo in cantina, per un vino che diventa anche un bel jolly negli abbinamenti.

Voto_8.0

mercoledì 9 marzo 2011

DOC A.A. - Gewürztraminer "Vom Lehm" - Castelfeder 2009

A volte (poche e rare, per la verità) non hai voglia di bere. Vuoi solo ascoltare. Col naso, naufragare dispiaceri e rimugginamenti ... nel profumo. Che poi, tanto lo sai che non riesci a lasciarlo lì quel bicchiere che brilla. Come un fumatore educato, che se accende quella sigaretta, prima o poi, almeno una boccata la darà, fino a trovarsi un mozzicone tra le dita.
Il cuore ed il momento esigevano profumo. L'amico Gewurz, in questi casi, è un porto sicuro.
Castelfeder, bella cantina di Cortina, ne produce un esempio interessante.
Giallo oro che sparge luce intorno, denso e consistente di chi si porta appresso una buona dose di felicità alcolica.
La fretta di portare al naso il bicchiere è troppa, l'ho stappato (male) per questa ragione. Ecco là, ben pettinato e profumatissimo, il traminer spinge nelle narici le calorosità tropicali quasi balsamiche, con poca intensità per la verità. O meglio, per meno di quello che mi sarei aspettato (o avrei voluto .. chissà, la voce "soggettività" nel vino è pesante) .. sta un poco sulle sue il giovine. Su tutto mi piace questa dolcezza amara e pungente che sa di sambuco in fiore, bianco e rigoglioso.
La bocca è una sorpresa. Morbida e soffice con originalità, per niente piaciona, piacevolissima, non si presta a giochetti ruffiani perchè il sorso è fresco, sapido, secco ma non asciutto. Davvero interessante, da riprendere tra qualche tempo, quando un po' di calore si sarà ingentilito.

Voto_7.2