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giovedì 19 gennaio 2012

Docg V. di Gallura - Karagnanj - Tondini 2009

Granitico, spinoso, salato, profumato, gallurese. Un Vermentino superiore, caldo e profondamente tipico. Fatto bene, fatto davvero bene.
Karagnanj è il nome gallurese di Calangianus, paese tra Tempio e Olbia, non lontano dal Lago di Liscia e dai colli del Limbara, immerso tra i sugheri. Luogo d'elezione per il Vermentino che viene da quella zona d'Isola che nel cor mi sta, la Gaddura.
Era da qualche assaggio che non ritrovavo un Vermentino di Gallura così intenso e netto, non facile.
Il giallo è paglia trafitta dal sole, è vivo, luccica e splende. Riflette.
Il naso è una baraonda di macchia e sale, di rocciosità citrine, di equilibrismi unici, davvero tipici di un buon bicchiere gallurese. Mi piace in particolare questa nota meno mielosa del solito, un poco dura, salina, resinosa. E poi questo balsamo verde e spinoso, che acchiappa le narici fino in fondo, e ti fa sentire a casa, tra sugheri ed eriche, che l'orizzonte diventa azzurro e non sai mai se sono nuvole o sbuffi d'onda quelli che vedi.
Poi il sorso, pieno, debordante e potente, fuori controllo ma giusto, esagerato ma misurato, caldo ma non bollente, sardo ma gallurese.
Un bel Vermentino. Di Gallura.

Voto_8.4



giovedì 4 agosto 2011

DOC Vermentino di Sardegna Metodo Classico - Filighe - Cherchi s.a.

Sperimentate gente, sperimentate. Il vino ha bisogno di tutto, delle cose buone, di quelle brutte, di idee geniali e di flop devastanti, di chiacchere e distintivi, di silenzi sconfortanti.
Io, che tradizionalista e conservatore proprio non sono, ho accolto con entusiasmo questo Vermentino in purezza spumantizzato che Tore Cherchi ha deciso di inventarsi. Prende il suo Vermentino più giovane, duro e minerale, lo vendemmia un poco prima del solito, ne fa un vino base e invece di metterlo in autoclave che fa? Ci fa un metodo classico. Stranezze isolane, e meno male.
Bolle di spessore preoccupante invadono il bicchiere, ma la spuma si dirada svelta e gioiosa, svelando un'intensa bollatura, fine, catenata, bella. E poi il colore, quel verde ingiallito, che pare una foglia di olivastro al sole.
Il naso è pietra e spilli. La vena del granito, quel brillare al sole, che vai e spiegalo agli altri che i sassi non sono profumati. E poi la limuninca, quella prugna piccola piccola, allungata, gialla, acida e dolce, che profuma d'Isola.
In bocca, tutta la freschezza sospettata, si raccoglie, ordinata, davanti all'intuizione di Cherchi: il Metodo Classico. I lieviti aggiustano, il legno  arrotonda, il sorso è lungo, caratteristico, personale. Mai banale, sarebbe scorretto definirlo elegante, perchè questo Vermentino con le bolle è un bel tipetto. Da rispettare.

Voto_7.9

sabato 11 giugno 2011

Doc Cannonau di Sardegna - Issohadore - Carlo Tramaloni 2006

Mamoiada è il paese delle maschere, delle tradizioni ancestrali, dei campanacci e dei campanellini. Sulle montagne di Mamoiada si coltivano le viti di cannonau, da sempre, che la memoria non riesce a tenere conto dell'inizio della storia di quegli alberelli gobbi e grigi, che resistono al freddo umido della Barbagia.
Tramaloni produce poche bottiglie dalle sue vigne di Orturù. Il suo cannonau ha il nome di una maschera, l'Issohadore, colui che si contrappone, leggiadro ed elegante, agli antropomorfi e zoppicanti Mamuthones, che li regola in fila, che li ammaestra nella loro danza triste. L'Issohadore, con la sua fune, coglie le femmine, le imbriglia, come auspicio di fortuna e fertilità. Ed è infallibile.
Il vino di Tramaloni, in realtà, somiglia più ad un Mamuthone, per potenza, forza e zoppicanza.
Il cuore è nero, nero. I bordi si schiariscono, ma sembrà più per pigrizia che per evoluzione. Gli archi sul bicchiere creano trincee di rilievo e spessore preoccupante. Il bicchiere pesa.
Il naso è una botta potente. Lo decanto per più di un'ora. Il naso è una botta potente. Umido e odorosamente intenso, il bicchiere si risolve in una colonna di senzazioni terziarie, spinte e difficilissime da decifrare. Dopo l'inevitabile assefuazione a cotanta sostanza, il frutto fa capolino, rosso e lucido, comunque presente.
In bocca il vino si riprende, sempre con grande potenza. Il calore è accompagnato da un tannino ancora ruspante, ma non verde. La freschezza sorregge l'impianto al centro del sorso, dove la frutta stavolta torna con maggiore protagonismo, donando finalmente un minimo di eleganza e compostezza al bicchiere. Il finale è interminabile, con le note minerali, finora non pervenute, a lasciarti confuso e (in)felice.
Lo definirei un cannonau estremo, spiazzante.

Voto_6.9

mercoledì 30 marzo 2011

IGT Isola dei Nuraghi - Malombra - Cantine Mesa 2005

Bottiglia di vetro scurissimo, etichetta che è la ricerca molto minimal degli stilemi tradizionali sardi. Il risultato è affascinante. La mano è quella di Gavino Sanna, le Cantine Mesa sono una sua creazione, oltre che una sua quasi esclusiva proprietà. Progetto ambizioso, ricco, quello delle Cantine Mesa. Forse uno dei pochi progetti e investimenti "nuovi" nel mondo del vino sardo, una cantina futuristica, tecnologie, open space, architettura della cantina. E del vino.
Il Malombra, bel nome, è sperimentazione enologica che incuriosisce: due vitigni di carattere, l'uno autoctono come non mai, il Carignano del Sulcis, l'altro internazionale ma non facile, lo Syrah. Entrambi cresciuti a sud dell'Isola, Sant'Anna Arresi, sulle colline appena dietro Porto Pino.
Il colore è profondissimo. Un granato minaccioso si aggrappa sul bicchiere dove e come può. Il bicchiere pesa, quasi ti sfida.
Al naso è potenza, calore e legno. Trasuda energia stramatura, frutta macerata e rossa, le note, anche dopo parecchi minuti nel bicchiere, restano confuse, non pulitissime. Sopra tutto spingono gli odori terziari, e lo fanno con troppa forza e troppo presto, a mio avviso. Il tabacco è franco, poi cuoio appena tagliato, note eteree spruzzano vernice di qua e di là. Unica nota addolcente, la vaniglia. Naso difficile, non me lo aspettavo così.
In bocca l'ingresso è dirompente, direi esagerato. Sale dritto per la lingua, per poi infiammare in un attimo tutta la bocca. Caldissimo, il tannino è da aspettare, ma poi aggiunge la sua aggressività ad una bocca già asciugata dalla carica alcolica. Dietro questa arsura appare finalmente la frutta, un accento cotognato piacevolissimo. La freschezza, se c'era, me la sono persa.
Una bottiglia confusa e confondente, soprattutto per il rapporto qualità/prezzo diciamo non agevolissimo. Chissà, sarà stata una bottiglia sfortunata ...

Voto_6.8

sabato 12 marzo 2011

IGT Isola dei Nuraghi - Luzzana - Giovanni Cherchi 2008

Sempre Coros, sempre Usini. Si tratta di un'invenzione, di un taglio, di un blend. L'inventore è sempre lui: il sig. Giovanni "Billia" Cherchi (insieme a Cella e Tore Cherchi), mio piccolo tesoro vicino casa (quella isolana), 15 minuti di macchina dalla felicità.
Questo vino rappresenta una grande prova enologica, a mio avviso. Vitigni difficili, potenti, messi insieme grazie alla capacità ed alla conoscenza, all'uso degli strumenti. Malolattica svolta per intero, legno piccolo per poco tempo. Cagnulari tanto, cannonau meno. Sardo, molto.
Il colore è sempre perfetto. Rubino ingioiellato, potente e scuro nel cuore, quasi impenetrabile. Elegante nel bicchiere, piccole rampe acute si formano con calma, senza troppa lentezza.
Il naso è bello, pieno, semplice e pulitissimo. La prugna è lì, schiacciata e matura, insieme a dolcezze pepate e pungenti. Poi c'è quella nota di macchia, del caldo che a luglio spacca la terra, del maestrale che alza la polvere sui filari. Quella nota lì, insomma.
La sorpresa, che c'è sempre ogni volta che bevo il Luzzana (ed ormai sono davvero tante, forse troppe ...), è il sorso. Credo che il concetto di equilibrio nasca grazie a vini come questo. Il bicchiere è davvero perfetto: i tannini non sono "gentili", sono giustamente vivi, ma elveticamente allineati dentro ad un sorso caldo e polputo, asciutto ma non polveroso, fresco e morbido. Bevibilissimo, questo '08 l'ho trovato già in grandissima forma, decisamente pronto per il gargarozzo. Interessante il prezzo in cantina, per un vino che diventa anche un bel jolly negli abbinamenti.

Voto_8.0

lunedì 14 febbraio 2011

IGT Isola dei Nuraghi - Cagnulari - Carpante 2008

Esiste una parte della mia Isola che risponde al nome ancestrale di Coros, nel profondo north west. Sono terre gobbute, frastagliate, affascinanti, povere. Ma rivelano un inspiegabile senso di grandezza, tutti quegli spazi, quelle vallate accennate, che vorrebbero essere canyon, ma senza montagne e senza fiumi, e poi quelle nuvole, stanno lì per lasciarci soltanto una voglia di pioggia. Lo so, è una parte strana della mia Isola il Coros, ascolta il mare che rimane però sempre troppo lontano, ed ha una terra dura, ferrosa e scura, che solo i carciofi e gli ulivi sanno davvero cosa farci. E le viti, certo. In questo fazzoletto di terra, nascono e crescono cantine di grandissimo talento, che conoscono l'uva e la  sanno trattare davvero bene.
Una di queste è Carpante. Il vitigno è autoctono come pochi, il Cagnulari. Solo questa zona, in particolare l'usinese, lo coltiva con regolarità. L'aveva perso, oggi l'ha ritrovato. Carpante lo vinifica polposo, fruttoso, caldo e molto profumato. Il cagnulari è così, sa adattarsi alla mano del cantiniere, può essere asciutto e polveroso, ricco e profumato, equilibrato e fresco. Dipende.
Rubino carico, bel colore nel bicchiere. Molta luce pur nell'ombrosità evidente. Traspare la carica alcolica, è già consistente.
Il naso è una tenera sinfonia di frutte e crostate. Le susine rosse, quel profumo dolce, sono quasi visibili nel bicchiere. Poi tante legnosità dolci (ha fatto botticella? mmm, strano, forse una malolattica ... chissà ... so di non sapere). Il vaniglione porta con se speziature di una certa disincronia distonia, un pepe delicato si accompagna alla cannella spinta. Su tutto, una nota piacevole di (falsa) gioventù: la vinosità fragrante, fresca.
In bocca è davvero rotondo, un poco più intenso che al naso, molto polposo e meno asciutto del prevedibile. I tannini sono misteriosamente gentili e garbati, sostengono un sorso che, tutto sommato, risulta elegante e ragionevolemente equilibrato, anche se un pò caldo. Resta sulle guance per un tempo appena giusto, lasciandoti un retronasale amaragnolo di gran pregio, di carattere.

Voto_7.3

sabato 8 gennaio 2011

DOC Vermentino di Sardegna - Arvali - Ferruccio Deiana 2008

Seguo Ferruccio Deiana da tempo (fine anni 90), l'ho visto sviluppare, di anno in anno, la qualità dei prodotti. Deiana ha sempre pensato che quelle uve, su quel territorio, potessero rendere in cantina molto bene. Ergo, buona e corretta tecnologia enologica, strumenti semplici ma avanzati, come ad esempio le sue gloriose vasche di inox a temperatura supercontrollata (ma non troppo) o la macchina pigiatrice più all'avanguardia e delicata che abbia mai avuto modo di vedere.
Arvali è il suo Vermentino di Sardegna top, uve molto mature, raccolta fatta davvero tardi. Giallo molto dorato, ha una consistenza al bicchiere che entusiasma, è brillante.
Naso forte, d'impatto, la frutta matura che spinge, le piccole pesche gialle, il melone zuccheroso, ancora frutta dolce. Bouquet stemperato da una nota minerale netta, presente sempre, una bellissima tavola su cui si (di)stende ogni accoppiamento e riconoscimento olfattivo.
La bocca ha grande pienezza, l'alcol forse accompagna troppo, o per troppo tempo, il sorso, ma il bicchiere conserva sempre e comunque un suo equilibrio estremo. A me piace molto.
Belli i vini di Deiana, interessante in particolare l'Arvali perchè rappresenta un bell'esercizio per i vermentinologi come me (!!): un Sardegna che si posiziona, per alcolicità, pienezza e dolcezze nasali, alla pari di un buon Gallura, mostrando che le spalle sono solide ed i muscoli luccicanti.

Voto_7.8

giovedì 30 dicembre 2010

IGT Romangia - Tuderi - Tenute Dettori 2001

In questa Bottiglia c'è tutto.
La meraviglia dell'Isola, la forza del frutto, l'impegno e la bravura degli uomini, l'eleganza del velluto scuro a coste fini, il mare, il sole, il terreno dei sassi, delle spine, del maestrale e le stelle, in questa Bottiglia ci sono le stelle.
Credo di conoscere i Vini del sig. Paolo e di Alessandro, ho bevuto le loro creature da presto, educato fin da giovincello da Piero "il Maestro" Careddu, e continuo a farlo. Conosco la loro "linea" di Cannonau di Sennori, le loro caratteristiche ancestrali ed uniche. Tuderi, Tenores e Dettori (in ordine di anzianità d'impianto).
Lo dico subito, scansando tutto e tutti, questa è una Bottiglia definitiva.
Dentro questa riflessione c'è tutta la soggettività ed il disequilibrio di cui sono capace: sono sardo, amo ciecamente il vitigno in questione, sbavo ogni volta che vado da Alessandro a Badde Nigolosu e mi incanto dietro il sole che scompare dentro l'Asinara, adoro tutti i vini di Dettori, la loro forza, la sardità, il cemento, il riposo. Ma questa, per me, è stata una schioppettata in pieno petto. Definitiva perchè il tempo ha donato al Cannonau quell'eleganza che gli difetta, quella suadenza morbida e balsamica che non avevo mai trovato in nessun simile. A questo punto, solo l'idea che questo vino non abbia mai visto, nemmeno per un attimo, il legno, mi fa commuovere.

L'occhio
Io spesso professo la sincerità come unica via nei rapporti personali. Potrei dirvi che il vino ha uno spettacolare colore granata con riflessi corallo, oppure che si presenta splendidamente aranciato con riflessi rubini, che ancora farebbero pensare ad un'evoluzione possibile. La verità è che io il colore di questo bicchiere non ve lo so descrivere. Velato, poi limpido, poi melograno, ancora velato, poi rosa intenso, poi impenetrabile, poi cristallino, poi rosso sangue, poi scuro in fondo, poi luce dal fondo, poi l'arancia che rimane sul vetro ... non ve lo so descrivere. Consistente e tanto, due trincee di aggrappo distanziate in verticale da un dito si formano sul bicchiere, archi che diventano cerchi, che si accavallano, che si concentrano, che tramano. Bello, bello, bello.

Il naso
Immaginate l'estate calda, 28 luglio sull'Isola, avete appena lasciato le bollenti scatole con le ruote, arrancate verso la spiaggia, le mani impegnate, ombrellone e sacca in una, nell'altra i teli, infradito, sentite già la sabbia calda sui piedi, c'è la duna, l'ultima salita e poi si aprirà ai vostri occhi quello spettacolo di azzurro, smeraldo e bianco. Il naso del Tuderi è questo, è quel momento che precede la spiaggia, è la salita, quella sensazione fresca e bollente; è l'attesa di vedere il mare.
Con forza misurata i frutti duri della macchia escono dritti e spiritati, il verde spinoso e grasso regala note fresche, piacevoli, balsamiche ed eleganti. Su tutto, riconosco un fico rosso, carnoso e maturo. Speziature travolgenti, avvolgono il naso spinte dall'alcol educato, non eccessivo. Pepe scuro, radice di liquirizia amara, ginepro fresco, nulla di tostato. Complesso è riduttivo, ma questo naso ha un'eleganza superiore, qualcosa che non ho mai "ascoltato" in altri cannonau in purezza.

La bocca
Il tempo. Ho cominciato da qua, e qua ritorno. Il tempo è parte quasi organolettica di questo Vino. Le durezze ora sono in perfetto equilibrio con la morbida alcolicità, il tannino è entusiasmante, giusto, perfetto, lungo e gentile. La bocca si riempie, si scalda ma senza pungere mai, ed i frutti ritornano, con una concentrazione sbalorditiva per qualità più che per intensità. La persistenza è assoluta, non calcolabile scientificamente.

In questa Bottiglia ci sono le stelle.
Buon 2011. Di Cuore.

Voto_9.6

sabato 10 luglio 2010

VDT Matteu - Altacutena s.a.

"Scrivo di un un vino emozionante.."
Questo è l'incipit che mi balza all'occhione stranamente attento. Il Caf così esordisce (qui)? La cosa mi fa drizzare pelle, peli .. (mi fermo qua, per decenza e realismo) e mi fa leggere con voracità la recensione della tastiera più interessante dell'attuale panorama wi-fu italiano.
Che succede? Scopro che il vino è il MIO vino, è il Vermentino. Di Gallura.

AVVERTENZA
Da questo momento in poi la mia seppur minima decenza oggettivistica cessa di esistere.

Si parla di una Bottiglia, di un vino non facile, come sono i galluresi, di un bicchiere che sta tra la conchiglia ed il cisto, tra la battigia e l'erica.
Paglierino brillante, come solo il riflesso della roccia, a volte, sa essere.
"Sa di castelli di sabbia" scrive il Caf, beh ... che ci crediate o no, condizionamenti a parte, al naso si sprigiona, nella sua quasi insensata complessità, una mineralità che sa di salmastro e maestrale, di mare, di Sardegna. Frutta gialla, macchia (ginepro, mirto), melone bianco maturo, e poi aromaticità folle (eucalipto dice il Caf, io sento un unguento ancora più mediterraneo, quasi fosse del rosmarino ... balsamico).
In bocca è semplicemente perfetto. Un alternarsi di secchezze nitide, dure e fresche, e di strane morbidezze aromatiche, centrate sulla lingua, molto volatili. E poi c'è ancora frutta dolce, gialla e matura, nel finale.
Persistenza è termine impreciso. Resistenza già meglio. Esistenza quello più corretto. Infinita.
Il papà del Capichera (Sebastiano Ragnedda) ne ha combinata un'altra delle sue, è uscito dal disciplinare, usa annate diverse, filtra da tini piccoli a quelli grandi e viceversa, alambicca, crea, distrugge e ricrea.
Forse uno dei migliori assaggi della mia vita.

Voto_9.5


un grazie a Stefano Caffarri, puntofermo
due grazie a Piero Careddu, chef e Maestro
1000 grazie a mio Padre, cultore della Materia ed enoico (o eroico?) mecenate (bottiglia/gioiello da lui offerta)