giovedì 30 dicembre 2010

IGT Romangia - Tuderi - Tenute Dettori 2001

In questa Bottiglia c'è tutto.
La meraviglia dell'Isola, la forza del frutto, l'impegno e la bravura degli uomini, l'eleganza del velluto scuro a coste fini, il mare, il sole, il terreno dei sassi, delle spine, del maestrale e le stelle, in questa Bottiglia ci sono le stelle.
Credo di conoscere i Vini del sig. Paolo e di Alessandro, ho bevuto le loro creature da presto, educato fin da giovincello da Piero "il Maestro" Careddu, e continuo a farlo. Conosco la loro "linea" di Cannonau di Sennori, le loro caratteristiche ancestrali ed uniche. Tuderi, Tenores e Dettori (in ordine di anzianità d'impianto).
Lo dico subito, scansando tutto e tutti, questa è una Bottiglia definitiva.
Dentro questa riflessione c'è tutta la soggettività ed il disequilibrio di cui sono capace: sono sardo, amo ciecamente il vitigno in questione, sbavo ogni volta che vado da Alessandro a Badde Nigolosu e mi incanto dietro il sole che scompare dentro l'Asinara, adoro tutti i vini di Dettori, la loro forza, la sardità, il cemento, il riposo. Ma questa, per me, è stata una schioppettata in pieno petto. Definitiva perchè il tempo ha donato al Cannonau quell'eleganza che gli difetta, quella suadenza morbida e balsamica che non avevo mai trovato in nessun simile. A questo punto, solo l'idea che questo vino non abbia mai visto, nemmeno per un attimo, il legno, mi fa commuovere.

L'occhio
Io spesso professo la sincerità come unica via nei rapporti personali. Potrei dirvi che il vino ha uno spettacolare colore granata con riflessi corallo, oppure che si presenta splendidamente aranciato con riflessi rubini, che ancora farebbero pensare ad un'evoluzione possibile. La verità è che io il colore di questo bicchiere non ve lo so descrivere. Velato, poi limpido, poi melograno, ancora velato, poi rosa intenso, poi impenetrabile, poi cristallino, poi rosso sangue, poi scuro in fondo, poi luce dal fondo, poi l'arancia che rimane sul vetro ... non ve lo so descrivere. Consistente e tanto, due trincee di aggrappo distanziate in verticale da un dito si formano sul bicchiere, archi che diventano cerchi, che si accavallano, che si concentrano, che tramano. Bello, bello, bello.

Il naso
Immaginate l'estate calda, 28 luglio sull'Isola, avete appena lasciato le bollenti scatole con le ruote, arrancate verso la spiaggia, le mani impegnate, ombrellone e sacca in una, nell'altra i teli, infradito, sentite già la sabbia calda sui piedi, c'è la duna, l'ultima salita e poi si aprirà ai vostri occhi quello spettacolo di azzurro, smeraldo e bianco. Il naso del Tuderi è questo, è quel momento che precede la spiaggia, è la salita, quella sensazione fresca e bollente; è l'attesa di vedere il mare.
Con forza misurata i frutti duri della macchia escono dritti e spiritati, il verde spinoso e grasso regala note fresche, piacevoli, balsamiche ed eleganti. Su tutto, riconosco un fico rosso, carnoso e maturo. Speziature travolgenti, avvolgono il naso spinte dall'alcol educato, non eccessivo. Pepe scuro, radice di liquirizia amara, ginepro fresco, nulla di tostato. Complesso è riduttivo, ma questo naso ha un'eleganza superiore, qualcosa che non ho mai "ascoltato" in altri cannonau in purezza.

La bocca
Il tempo. Ho cominciato da qua, e qua ritorno. Il tempo è parte quasi organolettica di questo Vino. Le durezze ora sono in perfetto equilibrio con la morbida alcolicità, il tannino è entusiasmante, giusto, perfetto, lungo e gentile. La bocca si riempie, si scalda ma senza pungere mai, ed i frutti ritornano, con una concentrazione sbalorditiva per qualità più che per intensità. La persistenza è assoluta, non calcolabile scientificamente.

In questa Bottiglia ci sono le stelle.
Buon 2011. Di Cuore.

Voto_9.6

mercoledì 29 dicembre 2010

IGT Veneto - Campo alle More - Gini 2000

Il rubino non brilla più, si è incupito a star 10 anni là dentro. Riflessi corallo e rame, l'arancia che appare come un eccentrico rimmel, sull'onda del vetro.
Botta nasale. Non mi aspettavo ancora tanto sfoggio. Dolcezze alcoliche hanno ancora la forza di pungere il naso; la frutta rossissima spinge dritta con note riconosciute e riconoscibili, dolciamare, meno "spiritose" e marmellatose di quello che si potrebbe immaginare, quasi fragranti. E poi un imbarazzante corredo di spezie, complesso e completo.
In bocca l'ingresso è spaventoso. Il sorso è poderoso, polposo, concentrato ma fine, elegante. Tannini gentilissimi e lunghi scivolano corretti per il palato, calore giusto, persistenza che non regala delusioni, una sensazione di pienezza che riafferma le sensazioni olfattive: la frutta, il pepe, la liquirizia masticata che ritorna.
Bicchiere che parla, che racconta, con semplicità elegante, il concetto di un'evoluzione quasi giunta ad un immaginario capolinea.
Spigolosità e morbidezze che si abbracciano in un duello di dolcezze solo accennate, di profumi eleganti, di profondità vasta. Un pinottone nero che viene da una vendemmia calda, semplicemente ... un equilibrista.

Voto_8.6

domenica 26 dicembre 2010

Per la perfezione un nome non basta

Anolini Casa Ugolotti - Azati
Si dice che sulle tavole del Natale salsese non possano mancare i "galleggianti", nome che mette daccordo tutti i protagonisti di una diatriba secolare: anolini o cappelletti?
Io non voglio certo addentrarmi in questa buffa baruffa semantica (anche se credo sia cosa davvero seria per "loro"); io, con molta umiltà, mi limito, ormai da 5 anni, a genuflettermi davanti alla assoluta, grassa, morbida, giustamente sapida immensità degli Anolini (così li chiamano) della famiglia che mi ha accolto in questa padana pianura. Uova (con più rosso che bianco), farina e mano per una pasta tirata a punto, ne spessa ne sottile, giusta; per il ripieno, anzi, per la pancia ecco il grana di stagioni diverse (il Parmigiano Reggiano qua lo chiamano grana, poi dicono a noi sardi ... mah!), pane raffermo, uova di quelle buone, il sale, il pepe, la noce moscata che profuma e poi il brodo bollente, ustionante, che serve per bagnare quel pane, lo stesso pane che viene scottato anche con il fondo dello stracotto, si ... scottato, insaporito, unto ... se mai vi veniste in mente di chiedere "allora c'è la carne?", gli occhi degli astanti si farebbero truci e rischiereste di non addentare nessuno di questi piccoli, panciuti, dorati gioielli.
Il brodo poi, terza o quarta, dipende; è questione di famiglia, di terra, di macellaio, di fortuna ... quest'anno, io ho goduto di un brodo di terza dove una gallina ancora ruspante ha preso il posto del classico pollaccio.
Chiamateli come volete, a me non serve.

mercoledì 22 dicembre 2010

Critica alla ragion propria


L'ultimo post di questo mio non luogo, data 23 agosto. Le fondamentali considerazioni:
a. sono un pigro che sa di esserlo pur sapendo che non può permetterselo (e per questa ragione per tre volte coglione, da intendersi in senso molto spregiativo);
b. sono un intellettualmente vigliacco, nel senso che troppo spesso mi rifugio e riscaldo nelle parole degli altri, fingendo che queste mi calzino a pennello, che traducano opere, pensieri e omissioni della mia persona. Ma so che purtroppo e per fortuna non è così.
Allora scrivo. Scrivo che quando leggo questo post del solito e scontatamente geniale Caf, con tutte le considerazioni che ne seguono, sento una voce fuori campo recitare con tono intriso di giustificata irriverenza ...  "colpito e affondato".
Mi piego all'autoanalisi, mi giustifico non giustificandomi. Precario anche il mio cervello no, eh!

lunedì 23 agosto 2010

IGT Rosso Veronese - TheoBroma - Antolini 2006

Cabernet Sauvignon, Corvina, Croatina e Rondinella. Raccolte tardi, tardissimo, lasciate in fruttaio a riposare, a fare "dolcissimi" sogni, vinificati adagio adagio, con una fermentazione sul bucciame che è una piccola eternità. Questo è TheoBroma di Antolini, un vino slow, un vino interessantissimo, una bottiglia (quella scolata) ancora in piena evoluzione.
Il colore è frutto di questa lunga, persistente e "pesante" estrazione. Un rubino carico carico carico. Bello nel bicchiere, o meglio .. come è bello vedere muovere questo vino nel bicchiere! Ha un non so che di sexy. Compatto, mattonato, si aggrappa in lacrime suadenti, totalmente e preoccupatamente alcoliche! Che sia polposo e ricco di volumetrici gradi alcolici non ci si mette tanto a capirlo, credetemi.
E poi il naso.
Da prima un alcol davvero netto e tanto, quasi arrogante, per niente gentile.
Ma un attimo, un soffio dopo, questo prestigiatore alcolico si fa più timido, apre il suo mantello damascato, e dal cilindro  ... voilà ... altro che coniglio ... (non siate maliziosi), frutta, confettura di marasca, di ciliegia, poi terziari netti e umidi, la foglia del tabacco, il muschio ed ancora una nota secca, tostata e pungente del cacao, ma di quello buono per davvero (omen nomen?).
In bocca è impegnativo, pieno, caldissimo, calore stemperato o forse meglio dire mozzato solo grazie ai tannini talmente vigorosi da far pensare ad una evoluzione ancora lunga (ve lo avevo detto che era slow!) e, immagino, strepitosa.
Un vino davvero interessante, perfetto nei suoi disequilibri.

Voto_8.0 (grandi potenzialità)

venerdì 13 agosto 2010

DOC Subtirol Blauburgunder - Hausmannhof - Haderburg 2006


Per quello strano senso di totale e incontrastata idiozia che spesso prende il sopravvento sulle mie azioni, avevo deciso, ormai da tempo, che a me il "Pinot Nero" non mi piaceva. E quando dico che avevo deciso, intendo dire che io, sardo di Sardegna, nato a Sassari, avevo DECISO che non mi piaceva!
I più attenti noteranno un verbo imperfetto, come era la mia stupida ed ingiustificata presa di posizione.
Ma cos'è successo? Niente di più semplice ... per caso e per non fortuite coincidenze ho infilato una serie di pinottoni che mi hanno preso a sberle! Cominciamo con questo.
Altissimo Adige, cantina Haderburg, il loro Blauburgunder base, un pinot nero impeccabile.
Color rubinochescaldailcuore, si aggrappa al bicchiere il giovanotto, senza però tacere la sua grassezza elegante. Archi belli, che esaltano la pancia del bicchierozzo. Bello spettacolo, bello davvero.
Al naso tutto quello che ti aspetti, le infinite varietà dei (dolo)mitici frutti di bosco, soprattutto una mora che è una stoccata di confettura espressa, alcune verdosità e legnosità perfettamente distinguibili e una nota tostata sconosciuta. Naso seriamente complesso e intenso.
Poi giù, uno dei sorsi più equilibrati che ricordi. Con quella nota amara che ritorna, forse una radice di liquirizia, forse un'arancia amarissima. Comunque già un bicchiere rotondissimo.
E meno male che è il pinottone base!

Voto_7.9 (anche un po per farmi perdonare)

sabato 10 luglio 2010

VDT Matteu - Altacutena s.a.

"Scrivo di un un vino emozionante.."
Questo è l'incipit che mi balza all'occhione stranamente attento. Il Caf così esordisce (qui)? La cosa mi fa drizzare pelle, peli .. (mi fermo qua, per decenza e realismo) e mi fa leggere con voracità la recensione della tastiera più interessante dell'attuale panorama wi-fu italiano.
Che succede? Scopro che il vino è il MIO vino, è il Vermentino. Di Gallura.

AVVERTENZA
Da questo momento in poi la mia seppur minima decenza oggettivistica cessa di esistere.

Si parla di una Bottiglia, di un vino non facile, come sono i galluresi, di un bicchiere che sta tra la conchiglia ed il cisto, tra la battigia e l'erica.
Paglierino brillante, come solo il riflesso della roccia, a volte, sa essere.
"Sa di castelli di sabbia" scrive il Caf, beh ... che ci crediate o no, condizionamenti a parte, al naso si sprigiona, nella sua quasi insensata complessità, una mineralità che sa di salmastro e maestrale, di mare, di Sardegna. Frutta gialla, macchia (ginepro, mirto), melone bianco maturo, e poi aromaticità folle (eucalipto dice il Caf, io sento un unguento ancora più mediterraneo, quasi fosse del rosmarino ... balsamico).
In bocca è semplicemente perfetto. Un alternarsi di secchezze nitide, dure e fresche, e di strane morbidezze aromatiche, centrate sulla lingua, molto volatili. E poi c'è ancora frutta dolce, gialla e matura, nel finale.
Persistenza è termine impreciso. Resistenza già meglio. Esistenza quello più corretto. Infinita.
Il papà del Capichera (Sebastiano Ragnedda) ne ha combinata un'altra delle sue, è uscito dal disciplinare, usa annate diverse, filtra da tini piccoli a quelli grandi e viceversa, alambicca, crea, distrugge e ricrea.
Forse uno dei migliori assaggi della mia vita.

Voto_9.5


un grazie a Stefano Caffarri, puntofermo
due grazie a Piero Careddu, chef e Maestro
1000 grazie a mio Padre, cultore della Materia ed enoico (o eroico?) mecenate (bottiglia/gioiello da lui offerta)

lunedì 5 luglio 2010

DOC Frascati Superiore - Epos - Poggio le Volpi 2008

Sorpresona, ona, ona!
Regalo di un padre che troppo poco spesso si ricorda di essere figlio della Lupa, l'Epos è decisamente un bel vino, ricco di sapidità, di corpo più che interessante, di struttura, di freschezza, di complessità sorprendente.
Affascinante quanto basta il ricordo di questo bicchiere di un giallo molto paglierino, molto luminoso, molto tutto.
Propio un bel colore, che già fa sperare, desiderare ed intendere.
Sul bicchiere disegna archetti piccoli e fitti, ma resistenti accidenti ... e capisci che i 13,5 ci sono tutti, e sono li a tenere in piedi quel colore che illumina.
Il Naso si avvicina avido al bicchiere che è un fiore di ghiaccio. Per questa ragione aspetto un attimo, troppo calda questa domenica di luglio, troppo freddo questo epico bicchiere.
Dopo pochi minuti, ecco venir fuori il frutto delle malvasie "povere" laziali. L'esplosione è tropicale, è complesso eccome, ma con dentro tutti i frutti del mondo! C'è un ananasso supermaturo che ti riempie il naso, c'è il mango, c'è una dolcissima pera, c'è la nota dolceamara (e appena tostata) della mandorla, e poi fiori gialli, giallissimi, dolci e intensi. Spettacolare risultato, scopro poi, di una vendemmia leggermente tardiva.
Ok, ora rotola sulla lingua, si pensa .... così dolce, così "giallo", così maturo .... invece BAM, una schioppettata secca, dritta, su per la lingua, che diventa elettrica. Poi le rotolisità si fanno sentire, ma senza cedere a legnose morbidezze, quasi fanno le ruffiane con palato e lingua, per un finale che persiste il giusto, forse un po troppo giusto.
Mi è piaciuto molto. Bella anche la bottiglia, etichetta minimal.


Voto_7.8

domenica 27 giugno 2010

Un'estate che non c'è

Quale che sia il mio destino ... beh, sappiate che Tony Pagoda l'avrà certamente segnato con abile mossa, con lungimiranza e grande caparbietà!
In questa estate senza nessun tipo di immaginabile vacanza ... Tony P, l'ha fatto.
Spinto alla lettura cartacea (che io ormai aborro più o meno come le pulizie domestiche .. giusto per darvi l'idea) dalla mia dolce divoratrice di libri, mi sono ritrovato in mano questo romanzetto mica male.
Di mio gusto, che è spigoloso e difficile, realtà questa che mi ha smosso, mi ha dato una insensata soddisfazione. Mi spiego, c'è ancora chi scrive parole, significati, immagini di cui non ho cercato attivamente i contenuti (la mia ormai è una lettura totalmente digitale strettamente connessa alle informazioni che cerco), che riesce a soddisfarmi, stupirmi, emozionarmi.
C'è tutto in Tony P., c'è l'italia (i minuscola, esatto), il cinismo, s.gennaro ("Se a Sinatra la voce l'ha mandata il Signore, allora a me, più modestamente, l'ha mandata san Gennaro"), la realtà, l'amore, la natura, l'odio, l'uomo, lo scarafaggio.

Oppure non c'è niente, come piacerebbe al Maestro Mimmo Repetto. Solo sfumature.


Hanno tutti ragione - Paolo Sorrentino - Feltrinelli

giovedì 3 giugno 2010

Il momento di (ri)scrivere

C'è un momento preciso in cui una persona più o meno dotata di una qualcerta (molto quale e poco certa) intelligenza dice a se stessa: quindi?
Ecco che quella persona, raramente, si risponde: ora!
Ora e per davvero, senza scuse per chiedere scusa, comincerò a coccolare questo piccolo spazio, perchè è giusto così, perchè comunquemente e quantunquamente sento che è assolutamente giusto così.
Che sia vino o cibo, che sia rabbia o amore, devo costringermi con piacere a scrivere.
Sempre.

ps: accorrete tutti supernumerosi alla TweetAsta.
Bottiglie spettacolari, incasso in beneficenza, vino nelle cantinette!!

lunedì 5 aprile 2010

DOC Aglianico del V. - Don Anselmo - Paternoster 2001

Eccoci davanti ad una bottiglia importante, certamente una delle migliori espressioni di un vitigno del profondo, sottovalutato, schiaffeggiato sud, di una terra splendida quanto non valorizzata come è la Basilicata o la Lucania, come meglio credete; eccoci davanti al Signor Aglianico del Vulture.
Paternoster è ormai una realtà vitivinicola importante ed affermata, ha puntato tutto, da subito e da sempre, sul grande Aglianico, che là, sull'asse Melfi - Rionero trova davvero il suo terreno di elezione, elevazione e straordianaria resa qualitativa.
Il mio esemplare è un formidabile 2001.
Nonostante fama, gloria e un po di studio, ammetto una certa preoccupazione per i 9 annetti che il Don si porta dietro ... beh, che bello essere tranquillizzati già all'atto della stappatura!
Giù nel bicchiere e ... "quando ingorga gli anfratti si ritira e risale e il lenzuolo si gonfia sul cavo dell'onda e la lotta si fa scivolosa e profonda", mai citazione faberiana fu così azzeccata. Un trionfo di consistenza estratta risale sul bicchiere, 9 anni e non sentirli ... Anselmo, questa volta, lo deve sapere! Un cupissimo rubino impenetrabile e lucente, unghia che rivela i suoi granati annetti, è un colore che mi emoziona.
Avvicino naso, occhi, guancie e faccia al bicchiere .. ho davvero la voglia di affondare in quella corposità scura, in barba, baffi e capelli ad ogni buona regola del bravo e saccente degustatore.
Che bello. Come vorrei potervi davvero rendere partecipi del solido e robusto godimento che si prova ad ascoltare con il naso questo bicchiere. Complesso? Neanche basta per i primi 3 secondi. Ampio? Riduttivo. Con seri problemi di infinità olfattiva ... ecco, questo potrebbe soddisfarmi! ;-)
Tutto quello che si può volere da questo forzuto del Vulture, dai suoi passaggi in grandi botti e poi più piccole, dalla sua forte natura tanninica che, in bottiglia, non ha mai smesso, in questi anni, di "sburlare" (uso un gergo localsalsese, perchè rende meglio l'azione dello spingere per farsi largo, ma anche per sopravvivere ...), qua lo troviamo: confetture, frutti neri, fiori passiti, spezie in quantità (e qualità) imbarazzanti, minerale ferroso, ....
In bocca è sorprendentemente elegante e fine, quasi netto rispetto al naso. E caldo, saggiamente equilibrato, un po difficile, molto affascinante.
Un vino emozionante.


Voto_8.2

martedì 9 febbraio 2010

Franciacorta DOCG - Rosè Brut s.a - Il Mosnel

Bollicine! Suadenti, eleganti, graziose ed aggraziate.
Straordinaria interprete del tema franciacortista, la Cantina (c maiuscolissima) Il Mosnel. Avevo già avuto la fortuna di bagnare le mie indegne labbra (!!) sul loro splendido Satèn e, quasi folgorato da questo fortuito incontro, mi ero ripromesso che alla prima occasione utile non mi sarei sottratto all'autoregalo di autocompiacimento. Automaticamente ... l'occasione c'è stata!
Affascinato dall'idea di sperimentare come questi abilissimi classicisti lombardi avrebbero sviluppato l'annoso problema delle quote rosa, mi sono buttato.
Spuma fitta e rosa e tanta e bellissima. Colore che nella sua piacevole brillantezza, risulta talmente acceso che è un abbaglio di corallo. Le bollicine sono fitte, persistenti e (mi ripeto?) eleganti.
Al naso è semplicemente stupendo. Aroma delicato e persistente, brut, dritto, giusto e diretto, è caratterizzato da note freschissime e fruttate, con sfumature di piccolissimi frutti rossi, che poi tanto sfumati non sono.
La bocca è quello che ti aspetti. La freschezza elegante (ancora!!??) del Franciacorta fatto bene, i piccoli spilli arrotondati, la splendida bevibilità e la rarissima nettezza.
Che bravi e che bellissimo spumante rosato.

Voto_8.0

mercoledì 20 gennaio 2010

IGT Vallagarina Ruländer - Perlato - Salizzoni 2008

Vino quanto meno affascinante!
Colore sofisticato, un rosato pallidamente tenue, che in effetti si, sa di perlato (nomen omen), ottenuto grazie ad una rapida macerazione a freddo sul bucciame. Bello il colore, molto elegante, un melograno non maturo, rilucente, cristallino, appare al bicchiere più consistente di quanto ci si possa aspettare da questo bel Pinot Grigio trentino o meglio, da questo Ruländer in purezza.
Al naso non è complesso, piacevoli i fiori freschi, quei mazzolini misti con qualche filo d'erba in più del dovuto, poveri ma belli insomma, appena raccolti, e poi i piccoli (e pochi) frutti non maturi, quasi l'acino d'uva (sembra banale .. e forse lo è!). Molto, molto fine, quasi finissimo comunque.
Il sorso è in linea con le sensazioni precedenti, piacevole, abbastanza pieno, giustamente frescolino, con quella punta di buccia che si sente, che ti lascia sul linguone quella sensazione del tannino che non c'è.
Una onesta bottiglia, un vino che forse ha bisogno di essere un po ripensato, che so, osando di più con la macerazione a freddissimo? Il colore però davvero bello ed il nome ... davvero perfetto.

Voto_6.7

lunedì 11 gennaio 2010

IGT Sicilia - Cappiddazzu paga tuttu - Al Cantara 2006


Bellissima la bottiglia, bellissima l'etichetta (Cartura, progetto affascinante del Maestro Alfredo Guglielmino), bellissimo il nome (commedia scritta a quattro mani da Martoglio e Pirandello).

Gran bell'esempio di Cabernet Sauvignon in purezza, di francese è rimasto davvero solo il ricordo: siculo al 100% (uva dell'ovest, anzi del west, parliamo di marsala, mazzara, parliamo di colline esposte al sole come poche nel mediterraneo), un vino di una schiettezza complicata (da buon siculo ...). Magari vorrebbe essere moderatamente gentile e novellamente elegante ... ma, per fortuna, non ci riesce!
Nel bicchiere si presenta di un rosso mattonato mica male, ma più cupo se possibile, con unghia quasi melanzana. Colore che ti spaventa e ti affascina. Bella consistenza, attaccature alte, medie, basse, insomma ... il bicchiere viene assalito da archi a volte regolari, a volte rapidi, a volte disordinati, a volte immobili, a volte ...
Il naso è molto, ma molto più complesso di quanto ci si potrebbe aspettare. Frutti rossissimi maturi ma non troppo (amarene? ciliege?), solide dolcezze legnose inaspettate nella forza, vaniglia tanta. Pausa. Adesso cacao amaro (dopo quella dolcezza?), spezie tantissime, sopratutto un pepe verde che non avevo mai riconosciuto così netto ... insomma un'esplosione!
Il sorso rotola in morbidezze che oscurano le freschezze, un tannino che sembra assurdamente dimenticato chissà dove ma che poi, quasi per incanto, si presenta nel finale, robusto, forte, solido.
Il vino non può dirsi certo equilibrato, ma è una bevuta che mi ha emozionato e tanto, un bellissimo "laboratorio" d'analisi. E poi ... che etichetta ragazzi, che etichetta!

Voto_7.7

giovedì 7 gennaio 2010

IGT Toscana - Lucente - Luce della Vite 2006

Davvero bello. Un regalo graditissimo, sia dal cuore che dal palato.
Bevuto con i regali amici regalanti, mi ha dato soddisfazione ed emozione. Il blend della pretenziosa cantina di Montalcino (Luce, il suo Brunello) è fatto dei classici rossi francesotti toscanizzati (soprattutto merlottone ed un po di cabernettone), mixati con il Sangiovese più famoso che ci sia, quello delle colline senesi. Il risultato è ... molto, davvero molto.
Colore particolarmente memorabile, un porporona che sa di pietra preziosa (che poeta incredibile!), quasi brillante se possibile, nel bicchiere appare consistente a dir poco. Archi che sono volte, rimangono li, a fissare e fissarti!
Il naso è una botta di ... spirito (sotto), soprattutto more e visciole alcoliche. Ma anche prugna, altrochè. Arriva anche un po del dolciastro vanigliato tipico del cremoso legno ... ma si sa: "Così è, se vi pare".
In bocca non delude, anzi rinforza e tanto le aspettative già altissime (diciamo che il vinello in questione ... costicchia!); è elegante, quasi sartoriale, rotondone, bello morbidoso sul palato che avvolge e riscalda con rapidità. Persiste a lungo il tannino mansueto e addomesticato dall'uomo (eno)faber.
Mi è piaciuto molto molto molto.

Voto_8.2

mercoledì 6 gennaio 2010

DOC Montefalco Rosso - Fattoria Colsanto 2007

Comincio da un bel vino umbro, un prodotto tondo e pulito, una bevuta "tranquilla" insomma, senza grandi picchi di commovenza, ma con tanta pratica e utile "sostanza". Una classica bottiglia che ti fa dire "come me lo aspettavo", che per me, di questi tempi, è un gran bel bere.
Rosso rubino bello carico, si presenta di buon corpo e disegna, già dopo pochissimi (e modesti) frullaggi, archi ben distesi, regolari, non troppo pigri.
I profumi sono quelli che ti aspetti dal blend umbro: soprattutto fiori e frutti rossi, ma di quelli piccoli piccoli. In bocca persiste eccome, e non tradisce le sincere aspettattive, buon equilibrio, qualche legnosità di troppo, anch'essa comunque piacevole (soprattutto se riesci a masticarci sotto della succulenta ciccia!), forse dovuta alla giovinezza della mia bottiglia (in effetti un altro annetto e mezzo in cantina ...).
Insomma, un "onesto" buon vino della Fattoria Colsanto (ora Livon), buona prova enologica per una DOC ormai piuttosto rodata.

Voto_6.9

ps: scusate la qualità dell'immagine ... prometto lenti ma costanti miglioramenti! 

Morsi e sorsi - intro che è premessa

Userò questo spazio per esercitarmi follemente in impressioni, giudizi e voti su ciò che mangio e che bevo.
Mi serve per:
1. imparare a scrivere e raccontare
2. ricordare come si fa a scrivere e raccontare
3. esercitarmi strenuamente nella faticosissima opera della mescita con sorso e della cucina con morso
4. tenere conto di tutto quello che bevo e mangio a futura memoria (e ragionevoli sensi di colpa)
5. vari ed eventuali

In questi miei folli micro-racconti, darò anche dei voti che costituiscono, se mai qualche produttore dovesse leggere queste umili righe e rimanerne offeso/sconcertato/entusiasta, unicamente delle mie personali e stravaganti impressioni.
La scala dei voti che utilizzerò (1 - 10 con decimini) l'ho mutuata di sanissima e robustissima pianta da Stefano Caffarri, mio punto fermo nel nuovo mondo wi-fu.

Che dire ... buone letture!