giovedì 23 giugno 2011

Terroirvino 11, ovvero del Vinocentrismo

In tanti e tanto bene hanno parlato già della immaginifica manifestazione organizzata dal sempre meno biondo e alto, ma pur sempre straordinario, Filippo Ronco in quel di Genova.
Io mi limito a portare la mia piccola testimonianza di neofita innamorato del vino e delle persone che hanno fatto di questo prodotto il centro della loro vita non soltanto professionale.
Perchè se ho capito bene, e credo di aver capito bene, il vino sta al centro di tutto. La vigna, la terra, il tempo, i trattamenti, le vendemmie, le temperature, gli strumenti, le botti, il cemento, l'inox, la fenolica, la malolattica, il fermento, l'etichetta, la bottiglia, lo spedizioniere, il mercato, gli amici, la promozione, #Mario, la famiglia ... tutto gira intorno a quel bicchiere, bianco rosso rosato che sia, lucente o torbido, #colfòndo o senza, morbido o duro, nord o sud. Poco importa se poi la bottiglia Gaspare Buscemi la vuole chiudere con il sughero perfetto mentre Armin Kobler con il tappo a vite, che m'importa se le degustazioni seriali debbano essere fatte da 10, 100 o 1000 pax, fatico a capire se l'Aglianico del Vulture debba fare legno o solo acciaio per incontrare al meglio i gusti del consumatore medio, il vino comunque rimane il centro di tutto, e come tale può allontanare o far convergere, disgregare o rafforzare.
Intendiamoci, non sto facendo precampagna elettorale per i centristi casinisti (o casiniani, boh?), ne mi permetterei mai di semplificare con buona dose demagogica su tematiche e argomenti validissimi che coinvolgono amici e professionisti del vino, vorrei semplicemente potervi regalare, anche solo per un attimo, il mio sguardo incantato nell'ascoltare gli speech di #vuu, nel condividere una cena con chi ha tutto da insegnarmi o nell'ammirare le millemillesime spiegazioni fornite dai produttori tra i banchetti del lunedì del come_perchè_quando quel vino, quel bicchiere, quel profumo, quella scelta, quella scommessa (sempre vinta).
Terroirvino è questo, è l'incontro forte e potente del vino con chi il vino lo inventa, lo fa, lo vende, lo compra e lo beve.
E anche con chi, come me, appena può, prova a raccontarlo.
Tre Personaggi in cerca d'Autore



sabato 11 giugno 2011

Doc Cannonau di Sardegna - Issohadore - Carlo Tramaloni 2006

Mamoiada è il paese delle maschere, delle tradizioni ancestrali, dei campanacci e dei campanellini. Sulle montagne di Mamoiada si coltivano le viti di cannonau, da sempre, che la memoria non riesce a tenere conto dell'inizio della storia di quegli alberelli gobbi e grigi, che resistono al freddo umido della Barbagia.
Tramaloni produce poche bottiglie dalle sue vigne di Orturù. Il suo cannonau ha il nome di una maschera, l'Issohadore, colui che si contrappone, leggiadro ed elegante, agli antropomorfi e zoppicanti Mamuthones, che li regola in fila, che li ammaestra nella loro danza triste. L'Issohadore, con la sua fune, coglie le femmine, le imbriglia, come auspicio di fortuna e fertilità. Ed è infallibile.
Il vino di Tramaloni, in realtà, somiglia più ad un Mamuthone, per potenza, forza e zoppicanza.
Il cuore è nero, nero. I bordi si schiariscono, ma sembrà più per pigrizia che per evoluzione. Gli archi sul bicchiere creano trincee di rilievo e spessore preoccupante. Il bicchiere pesa.
Il naso è una botta potente. Lo decanto per più di un'ora. Il naso è una botta potente. Umido e odorosamente intenso, il bicchiere si risolve in una colonna di senzazioni terziarie, spinte e difficilissime da decifrare. Dopo l'inevitabile assefuazione a cotanta sostanza, il frutto fa capolino, rosso e lucido, comunque presente.
In bocca il vino si riprende, sempre con grande potenza. Il calore è accompagnato da un tannino ancora ruspante, ma non verde. La freschezza sorregge l'impianto al centro del sorso, dove la frutta stavolta torna con maggiore protagonismo, donando finalmente un minimo di eleganza e compostezza al bicchiere. Il finale è interminabile, con le note minerali, finora non pervenute, a lasciarti confuso e (in)felice.
Lo definirei un cannonau estremo, spiazzante.

Voto_6.9

martedì 7 giugno 2011

DOC Garda Classico - La Botte Piena - La Basia 2009

Il groppello è vitigno autoctono delle valli lombarde, nello specifico per questa boccia parliamo della Valtènesi, territorio su cui appoggia il lembo meridionale del Garda. La Basia vinifica il groppello (85% della bottiglia) nell'acciaio insieme a marzemino, barbera e sangiovese, insomma un taglio dal carattere forte, dove la bevibilità diventa il centro del progetto e del bicchiere.
Colore pulitissimo, limpido che è una bellezza, questo bicchiere è rubino che sbrilluccica.
Il naso è un turbinio di spezie intense ed espressive, il pepe verde pungente e profumato su tutto, poi una piacevole vinosità, caratteristica e rotonda, una bella nota. Il frutto è fresco, poco muscoloso, quasi una sottotraccia.
Il punto centrale è senz'altro la bevibilità. La freschezza è appagante, così come il tannino, verde ed intenso, ma che non spinge mai oltre il limite, anzi, astringe con insospettata raffinatezza e con garbo.
Nel complesso una bella interpretazione di un vitigno non troppo conosciuto. La botte è decisamente piena.

Voto_7.3