giovedì 30 dicembre 2010

IGT Romangia - Tuderi - Tenute Dettori 2001

In questa Bottiglia c'è tutto.
La meraviglia dell'Isola, la forza del frutto, l'impegno e la bravura degli uomini, l'eleganza del velluto scuro a coste fini, il mare, il sole, il terreno dei sassi, delle spine, del maestrale e le stelle, in questa Bottiglia ci sono le stelle.
Credo di conoscere i Vini del sig. Paolo e di Alessandro, ho bevuto le loro creature da presto, educato fin da giovincello da Piero "il Maestro" Careddu, e continuo a farlo. Conosco la loro "linea" di Cannonau di Sennori, le loro caratteristiche ancestrali ed uniche. Tuderi, Tenores e Dettori (in ordine di anzianità d'impianto).
Lo dico subito, scansando tutto e tutti, questa è una Bottiglia definitiva.
Dentro questa riflessione c'è tutta la soggettività ed il disequilibrio di cui sono capace: sono sardo, amo ciecamente il vitigno in questione, sbavo ogni volta che vado da Alessandro a Badde Nigolosu e mi incanto dietro il sole che scompare dentro l'Asinara, adoro tutti i vini di Dettori, la loro forza, la sardità, il cemento, il riposo. Ma questa, per me, è stata una schioppettata in pieno petto. Definitiva perchè il tempo ha donato al Cannonau quell'eleganza che gli difetta, quella suadenza morbida e balsamica che non avevo mai trovato in nessun simile. A questo punto, solo l'idea che questo vino non abbia mai visto, nemmeno per un attimo, il legno, mi fa commuovere.

L'occhio
Io spesso professo la sincerità come unica via nei rapporti personali. Potrei dirvi che il vino ha uno spettacolare colore granata con riflessi corallo, oppure che si presenta splendidamente aranciato con riflessi rubini, che ancora farebbero pensare ad un'evoluzione possibile. La verità è che io il colore di questo bicchiere non ve lo so descrivere. Velato, poi limpido, poi melograno, ancora velato, poi rosa intenso, poi impenetrabile, poi cristallino, poi rosso sangue, poi scuro in fondo, poi luce dal fondo, poi l'arancia che rimane sul vetro ... non ve lo so descrivere. Consistente e tanto, due trincee di aggrappo distanziate in verticale da un dito si formano sul bicchiere, archi che diventano cerchi, che si accavallano, che si concentrano, che tramano. Bello, bello, bello.

Il naso
Immaginate l'estate calda, 28 luglio sull'Isola, avete appena lasciato le bollenti scatole con le ruote, arrancate verso la spiaggia, le mani impegnate, ombrellone e sacca in una, nell'altra i teli, infradito, sentite già la sabbia calda sui piedi, c'è la duna, l'ultima salita e poi si aprirà ai vostri occhi quello spettacolo di azzurro, smeraldo e bianco. Il naso del Tuderi è questo, è quel momento che precede la spiaggia, è la salita, quella sensazione fresca e bollente; è l'attesa di vedere il mare.
Con forza misurata i frutti duri della macchia escono dritti e spiritati, il verde spinoso e grasso regala note fresche, piacevoli, balsamiche ed eleganti. Su tutto, riconosco un fico rosso, carnoso e maturo. Speziature travolgenti, avvolgono il naso spinte dall'alcol educato, non eccessivo. Pepe scuro, radice di liquirizia amara, ginepro fresco, nulla di tostato. Complesso è riduttivo, ma questo naso ha un'eleganza superiore, qualcosa che non ho mai "ascoltato" in altri cannonau in purezza.

La bocca
Il tempo. Ho cominciato da qua, e qua ritorno. Il tempo è parte quasi organolettica di questo Vino. Le durezze ora sono in perfetto equilibrio con la morbida alcolicità, il tannino è entusiasmante, giusto, perfetto, lungo e gentile. La bocca si riempie, si scalda ma senza pungere mai, ed i frutti ritornano, con una concentrazione sbalorditiva per qualità più che per intensità. La persistenza è assoluta, non calcolabile scientificamente.

In questa Bottiglia ci sono le stelle.
Buon 2011. Di Cuore.

Voto_9.6

mercoledì 29 dicembre 2010

IGT Veneto - Campo alle More - Gini 2000

Il rubino non brilla più, si è incupito a star 10 anni là dentro. Riflessi corallo e rame, l'arancia che appare come un eccentrico rimmel, sull'onda del vetro.
Botta nasale. Non mi aspettavo ancora tanto sfoggio. Dolcezze alcoliche hanno ancora la forza di pungere il naso; la frutta rossissima spinge dritta con note riconosciute e riconoscibili, dolciamare, meno "spiritose" e marmellatose di quello che si potrebbe immaginare, quasi fragranti. E poi un imbarazzante corredo di spezie, complesso e completo.
In bocca l'ingresso è spaventoso. Il sorso è poderoso, polposo, concentrato ma fine, elegante. Tannini gentilissimi e lunghi scivolano corretti per il palato, calore giusto, persistenza che non regala delusioni, una sensazione di pienezza che riafferma le sensazioni olfattive: la frutta, il pepe, la liquirizia masticata che ritorna.
Bicchiere che parla, che racconta, con semplicità elegante, il concetto di un'evoluzione quasi giunta ad un immaginario capolinea.
Spigolosità e morbidezze che si abbracciano in un duello di dolcezze solo accennate, di profumi eleganti, di profondità vasta. Un pinottone nero che viene da una vendemmia calda, semplicemente ... un equilibrista.

Voto_8.6

domenica 26 dicembre 2010

Per la perfezione un nome non basta

Anolini Casa Ugolotti - Azati
Si dice che sulle tavole del Natale salsese non possano mancare i "galleggianti", nome che mette daccordo tutti i protagonisti di una diatriba secolare: anolini o cappelletti?
Io non voglio certo addentrarmi in questa buffa baruffa semantica (anche se credo sia cosa davvero seria per "loro"); io, con molta umiltà, mi limito, ormai da 5 anni, a genuflettermi davanti alla assoluta, grassa, morbida, giustamente sapida immensità degli Anolini (così li chiamano) della famiglia che mi ha accolto in questa padana pianura. Uova (con più rosso che bianco), farina e mano per una pasta tirata a punto, ne spessa ne sottile, giusta; per il ripieno, anzi, per la pancia ecco il grana di stagioni diverse (il Parmigiano Reggiano qua lo chiamano grana, poi dicono a noi sardi ... mah!), pane raffermo, uova di quelle buone, il sale, il pepe, la noce moscata che profuma e poi il brodo bollente, ustionante, che serve per bagnare quel pane, lo stesso pane che viene scottato anche con il fondo dello stracotto, si ... scottato, insaporito, unto ... se mai vi veniste in mente di chiedere "allora c'è la carne?", gli occhi degli astanti si farebbero truci e rischiereste di non addentare nessuno di questi piccoli, panciuti, dorati gioielli.
Il brodo poi, terza o quarta, dipende; è questione di famiglia, di terra, di macellaio, di fortuna ... quest'anno, io ho goduto di un brodo di terza dove una gallina ancora ruspante ha preso il posto del classico pollaccio.
Chiamateli come volete, a me non serve.

mercoledì 22 dicembre 2010

Critica alla ragion propria


L'ultimo post di questo mio non luogo, data 23 agosto. Le fondamentali considerazioni:
a. sono un pigro che sa di esserlo pur sapendo che non può permetterselo (e per questa ragione per tre volte coglione, da intendersi in senso molto spregiativo);
b. sono un intellettualmente vigliacco, nel senso che troppo spesso mi rifugio e riscaldo nelle parole degli altri, fingendo che queste mi calzino a pennello, che traducano opere, pensieri e omissioni della mia persona. Ma so che purtroppo e per fortuna non è così.
Allora scrivo. Scrivo che quando leggo questo post del solito e scontatamente geniale Caf, con tutte le considerazioni che ne seguono, sento una voce fuori campo recitare con tono intriso di giustificata irriverenza ...  "colpito e affondato".
Mi piego all'autoanalisi, mi giustifico non giustificandomi. Precario anche il mio cervello no, eh!