venerdì 23 novembre 2007

La Ballata dell'Uomo Ragno


Mamma c'ha il cuore debole ma la voce è di tuono,
Mamma c'ha il cuore debole ma la voce di tuono.
Ci guarda con il megafono dall'ultimo piano, promette un castigo, minaccia un perdono.
E noi siamo tutti in fila davanti al bagno, e noi siamo tutti in fila davanti a un segno, e noi siamo tutti al fiume a trasformare l'oro in stagno.
Ma prima di aver finito faremo un buco nell'infinito e accetteremo l'invito a cena dell'Uomo Ragno.
Camminano sopra l'acqua, passano attraverso il muro.
Camminano sopra l'acqua, passano attraverso il muro.
Nascondono il passato, parlando del futuro, e se trovano la cruna dell'ago se la mangiano di sicuro
E noi siamo tutti in fila davanti al bagno,e noi siamo tutti in fila davanti a un segno, e noi siamo tutti al fiume a trasformare il fuoco in legno.
Ma prima della mattanza faremo esplodere questa stanza e porteremo quello che avanza dall'Uomo Ragno.
È solo il capobanda ma sembra un faraone, è solo il capobanda ma sembra un faraone, ha gli occhi dello schiavo e lo sguardo del padrone, si atteggia a Mitterand ma è peggio di Nerone.
E noi siamo tutti in fila davanti al bagno, e noi siamo tutti in fila davanti a un segno,e noi siamo tutti al fiume a fare il controcanto al cigno.
Ma prima del Carnevale, faremo un buco nello Stivale, ci squaglieremo nel gran finale con l'Uomo Ragno.

F. De Gregori (Canzoni d'Amore, 1992)

giovedì 22 novembre 2007

L'opportunità

Spesso, in questo strano 2007 milanese, mi sono sentito davvero solo.
Non pensiate (mi sto Veltronizzando, mio Dio!!!) che mi riferisca ad una solitudine di GarcistaMarqueziana memoria o peggio ancora, mi consolassi ascoltando per ore e ore "Marco se n'è andato e non ritorna più, il treno delle 7:30 (che poi in realtà sarebbe delle 6.53) senza lui è un cuore di metallo senza l'anima, nel freddo del matino grigio di città".
Mi sono sentito solamente solo! Sfiduciato! Non compreso! Fuori dai giochi! Un po per la gente, un po per la casa, un po per la lontananza da A., un po per il lavoro, un po per gli aperitivi, molto per la città, insomma .... un po per tutto!
Ma oggi posso orgogliosamente dire che ..... HO UN'OPPORTUNITA'.
Mi mancava questa sensazione di completa fiducia in te stesso, di premio alla testardaggine ed alla coerenza. Mi hanno offerto un lavoro interesantissimo a Piacenza. Ed io l'ho accettato (dopo averlo cercato con tenacia!).
ps: NON DISPREZZARE
Non disprezzare il poco, il meno, il non abbastanza
L’umile, il non visto, il fioco, il silenzioso
Perché quando saranno passati amori e battaglie
Nell’ultimo camminare, nella spoglia stanza
Non resteranno il fuoco e il sublime, il trionfo e la fanfara
Ma braci, un sorso d’acqua, una parola sussurrata, una nota
Il poco, il meno il non abbastanza.
S.Benni

mercoledì 21 novembre 2007

I Giusti

Un uomo che coltiva il suo giardino, come voleva Voltaire.
Chi è contento che sulla terra esista la musica.
Chi scopre con piacere una etimologia.
Due impiegati che in un caffè del Sud giocano in silenzio agli scacchi.
Il ceramista che premedita un colore e una forma.
Il tipografo che compone bene questa pagina che forse non gli piace.
Una donna e un uomo che leggono le terzine finali di un certo canto.
Chi accarezza un animale addormentato.
Chi giustifica o vuole giustificare un male che gli hanno fatto.
Chi è contento che sulla terra ci sia Stevenson.
Chi preferisce che abbiano ragione gli altri.
Tali persone, che si ignorano, stanno salvando il mondo.

Jorge Luis Borges

martedì 13 novembre 2007

la malattia


Non è una questione di stile o di modo.
Non è neppure retaggio di una cultura troppo isolata, isolante o isolana.
È semplicemente l’isola.
Una piattaforma terrestre aspra e brillante di scuro e di verde, di azzurro e di zolfo, dura come ossidiana, leggera come scarti di lana, incorniciata da un mare che sfuma e si accende, tra maestri di vento e di spine.
Il mio stile ed il mio modo dipende dall’isola dove sono nato. Che lo vogliate o no, è così.
Figlio di un padre romano e continentale più isolano (e isolista) del figlio e di una madre urina (Uri è il paese dov’è nata) dolcissima e troppo generosa con tutti e con tutto tranne che con se stessa, ho potuto costruire con lentezza e serenità la coscienza della mia condizione di persona, di uomo nato circondato dal mare.
Da prima a Castel Doria (ora, inevitabilmente e scontatamente Castelsardo), poi nella “ricca”, democristiana (demo forse, cristiana non proprio) e borghesissima Sassari (in antichità, ma molta antichità Tattari Manna, Sassari la Grande) ho conosciuto il mestiere di crescere, di maturare, di farmi il carattere e gli spigoli.
Sono così, ragiono così, vivo la mia vita con questa visione atroce, testarda e lucidissima di chi, comunque, prima o poi, correndo o camminando, urlando o strisciando, andando a bussare ad ogni punto cardinale fino a farsi sanguinare le nocche, trova sempre e comunque il piano azzurro e lucido, fradicio di sale e di rabbia che ti sorride e ti accarezza con schiaffi e sberle incontenibili, quasi ti sfida, quasi che l’isola e l’isolano fosse lui, quasi che il balente non sei tu, ma colui che riesce a fermarti.
Allora tu cresci, tu vivi nella consapevolezza che la fuga è difficile. Che la terra è quella che vedi. Che i problemi sono quelli, e li devi affrontare e risolvere. Che la nave puzza di nafta e fa freddo sul ponte e ti ammali. Che di volare, non è cosa per uomini e, comunque, non è cosa per uomini che non sono ricchi.
E allora la odi l’isola e prendi il mare, ti ammali sul ponte del bastimento e non guarisci più, lontano.
Oppure la ami l’isola e prendi il mare, ti ammali sul ponte del bastimento e non guarisci più, lontano, come ho fatto io. Però io la amo. Almeno questo mi rimane. E quando penso a pelli e pesci, a sabbie smeraldo e querce spogliate, io sorrido. Sempre.
Perché il mio stile ed il mio modo dipende dall’isola dove sono nato. Che lo vogliate o no, è così.

CAOS

La questione è semplice: perché non capisco più nulla? Perché non riesco più a comprendere quello che accade, di volta in volta, attorno a me. Com’è possibile sorprendersi per una gentilezza, per un gesto di cortese attenzione, per una porta tenuta aperta mentre hai le mani impegnate o per un buongiorno da uno sconosciuto o da un compagno di viaggio casuale che scende dal treno nella stazione precedente alla tua. Perché non capisco cosa c’entra con il calcio un proiettile vagante che uccide un uomo addormentato dentro una Renault Scenic Grigia sparato da un poveraccio con la divisa dalla parte opposta dell’autostrada del Sole e che se ripetesse 300 volte lo stesso tiro non prenderebbe nemmeno, dalla stessa distanza, un elefante? Ma il pallone, dov’era? Il poliziotto ci è scivolato sopra? La Lazio che c’entra? Un aquilotto biancoceleste ha deviato il colpo? E l’Inter? Forse la Scenic montava delle Pirelli?? Non capisco, sono smarrito. Ho letto firme molto importanti (Mura, Zucconi, Romagnoli, Severgnini, Serra…) condannare il calcio, anzi, “il mondo del calcio”, che ormai è in mano ai violenti, che ormai è ostaggio degli ultras, che ormai è malato, irrimediabilmente malato, che ormai… Ma cosa mi è successo? Mi sono sempre giudicato una persona attenta, curiosa, vivace e sensibile. Ho avuto sempre una mia opinione (giusta o sbagliata che fosse) sui fatti e le persone, reagivo, pensavo e … pensavo di capire. Ma allora? È l’aria di Milano? Cos’è? Com’è che non capisco più? Stavolta dov’ è il legame tra calcio, calcio + violenza, calcio + violenza + forze dell’ordine, calcio + violenza + forze dell’ordine + sistema malato? Io non capisco cosa ci succede, non capisco che identità abbiamo, quale idea ci è rimasta della vita, dello sport, di quello che accade. Ma siamo tutti sicuri di sapere davvero distinguere il bianco dal nero, il freddo dal caldo, il dolce dall’amaro? Perché tutti mettiamo tutto insieme? Che gusto c’è? Per me è solo caos. E nessuna stella danzante ad illuminarci.

venerdì 2 novembre 2007

Freddo nel Sole


Finalmente. C’è un tempo per partire ed un tempo per restare. Nel mio piccolo, sono riuscito a rendere unici dei tempi così diversi. Io, per poter restare, per poter resistere, sono dovuto ripartire. Sono tornato a vivere in questa incredibile realtà, densa di nebbie, di freddi umidi che ti tagliano in due la faccia, densa di un verde che mi ha fatto davvero capire come “il verde brillante della prateria” possa dimostrare “in maniera lampante l’esistenza di Dio”, densa di profumi ed odori così diversi dalla città milanese (anche se spesso ho pensato di essere a Beirut o La Paz!!).
Sono tornato a Salsomaggiore T. Sono tornato da dove tutto è partito e dove tutto, spero, resti.
Chi mi conosce sa quanto sia importante per me essere tornato qua, nonostante la scomodità del pendolarismo che dovrò necessariamente affrontare, ma con il sorriso, credetemi (tra scioperi, ritardi, guasti, levatacce, freddo, neve, sole e pioggia). Si, io sorriderò. Perché so quello e chi mi aspetta al ritorno, so chi vedrò e con chi passerò il mio tempo. So in quali occhi mi potrò incantare.
Anche questo è denso. E per me, è tutto.
Ma prendiamo i lati positivi del pendolarismo:
1. più tempo per leggere;
2. più tempo per ascoltare;
3. più spunti per scrivere e dare dei contenuti a questo strambo e trascurato diario.
A presto
f.
p.s.: “La mia graziosa ha tre rose sul cappello. La prima rosa è per la sua bellezza. La seconda rosa è per la mia bellezza. La terza rosa è per la bellezza del cappello.”