
Non è una questione di stile o di modo.
Non è neppure retaggio di una cultura troppo isolata, isolante o isolana.
È semplicemente l’isola.
Una piattaforma terrestre aspra e brillante di scuro e di verde, di azzurro e di zolfo, dura come ossidiana, leggera come scarti di lana, incorniciata da un mare che sfuma e si accende, tra maestri di vento e di spine.
Il mio stile ed il mio modo dipende dall’isola dove sono nato. Che lo vogliate o no, è così.
Figlio di un padre romano e continentale più isolano (e isolista) del figlio e di una madre urina (Uri è il paese dov’è nata) dolcissima e troppo generosa con tutti e con tutto tranne che con se stessa, ho potuto costruire con lentezza e serenità la coscienza della mia condizione di persona, di uomo nato circondato dal mare.
Da prima a Castel Doria (ora, inevitabilmente e scontatamente Castelsardo), poi nella “ricca”, democristiana (demo forse, cristiana non proprio) e borghesissima Sassari (in antichità, ma molta antichità Tattari Manna, Sassari la Grande) ho conosciuto il mestiere di crescere, di maturare, di farmi il carattere e gli spigoli.
Sono così, ragiono così, vivo la mia vita con questa visione atroce, testarda e lucidissima di chi, comunque, prima o poi, correndo o camminando, urlando o strisciando, andando a bussare ad ogni punto cardinale fino a farsi sanguinare le nocche, trova sempre e comunque il piano azzurro e lucido, fradicio di sale e di rabbia che ti sorride e ti accarezza con schiaffi e sberle incontenibili, quasi ti sfida, quasi che l’isola e l’isolano fosse lui, quasi che il balente non sei tu, ma colui che riesce a fermarti.
Allora tu cresci, tu vivi nella consapevolezza che la fuga è difficile. Che la terra è quella che vedi. Che i problemi sono quelli, e li devi affrontare e risolvere. Che la nave puzza di nafta e fa freddo sul ponte e ti ammali. Che di volare, non è cosa per uomini e, comunque, non è cosa per uomini che non sono ricchi.
E allora la odi l’isola e prendi il mare, ti ammali sul ponte del bastimento e non guarisci più, lontano.
Oppure la ami l’isola e prendi il mare, ti ammali sul ponte del bastimento e non guarisci più, lontano, come ho fatto io. Però io la amo. Almeno questo mi rimane. E quando penso a pelli e pesci, a sabbie smeraldo e querce spogliate, io sorrido. Sempre.
Non è neppure retaggio di una cultura troppo isolata, isolante o isolana.
È semplicemente l’isola.
Una piattaforma terrestre aspra e brillante di scuro e di verde, di azzurro e di zolfo, dura come ossidiana, leggera come scarti di lana, incorniciata da un mare che sfuma e si accende, tra maestri di vento e di spine.
Il mio stile ed il mio modo dipende dall’isola dove sono nato. Che lo vogliate o no, è così.
Figlio di un padre romano e continentale più isolano (e isolista) del figlio e di una madre urina (Uri è il paese dov’è nata) dolcissima e troppo generosa con tutti e con tutto tranne che con se stessa, ho potuto costruire con lentezza e serenità la coscienza della mia condizione di persona, di uomo nato circondato dal mare.
Da prima a Castel Doria (ora, inevitabilmente e scontatamente Castelsardo), poi nella “ricca”, democristiana (demo forse, cristiana non proprio) e borghesissima Sassari (in antichità, ma molta antichità Tattari Manna, Sassari la Grande) ho conosciuto il mestiere di crescere, di maturare, di farmi il carattere e gli spigoli.
Sono così, ragiono così, vivo la mia vita con questa visione atroce, testarda e lucidissima di chi, comunque, prima o poi, correndo o camminando, urlando o strisciando, andando a bussare ad ogni punto cardinale fino a farsi sanguinare le nocche, trova sempre e comunque il piano azzurro e lucido, fradicio di sale e di rabbia che ti sorride e ti accarezza con schiaffi e sberle incontenibili, quasi ti sfida, quasi che l’isola e l’isolano fosse lui, quasi che il balente non sei tu, ma colui che riesce a fermarti.
Allora tu cresci, tu vivi nella consapevolezza che la fuga è difficile. Che la terra è quella che vedi. Che i problemi sono quelli, e li devi affrontare e risolvere. Che la nave puzza di nafta e fa freddo sul ponte e ti ammali. Che di volare, non è cosa per uomini e, comunque, non è cosa per uomini che non sono ricchi.
E allora la odi l’isola e prendi il mare, ti ammali sul ponte del bastimento e non guarisci più, lontano.
Oppure la ami l’isola e prendi il mare, ti ammali sul ponte del bastimento e non guarisci più, lontano, come ho fatto io. Però io la amo. Almeno questo mi rimane. E quando penso a pelli e pesci, a sabbie smeraldo e querce spogliate, io sorrido. Sempre.
Perché il mio stile ed il mio modo dipende dall’isola dove sono nato. Che lo vogliate o no, è così.
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