giovedì 30 agosto 2007

IMPARIAMO AD ASCOLTARE ....

La giornalista danese Lisbeth Davidsen lascia Roma e torna a Copenaghen. Lì apprende la notizia della strage di Duisburg. E si chiede perché l'Italia sia così lontana dalla Danimarca.

23 agosto 2007
Ho appena lasciato Roma e mi trovo nel centro di Copenaghen, ma una notizia sconvolgente mi risucchia dentro le vicende italiane: in Germania la 'ndrangheta ha fatto una strage, e ho una gran voglia di saltare sul computer e di scrivere un articolo. Ma nessuno me lo chiede, perché ormai non sono più la corrispondente da Roma.
Eppure la storia di Duisburg avrei voluto raccontarla. Avrei voluto raccontare che la 'ndrangheta non è più una vecchia mafia contadina e che è diventata uno dei grandi trafficanti di cocaina nel mondo. Avrei voluto descrivere la vita di posti disgraziati come Locri, dove anche l'ospedale è controllato dalla criminalità. Avrei voluto raccontare dei giovani coraggiosi che protestano contro la mafia mentre neanche questo governo si decide a estirparla.Soprattutto, avrei voluto raccontare della strage di ferragosto perché ho passato gli ultimi quindici anni a descrivere l'Italia ai danesi. Ma non lo faccio più e, pensandoci, non mi dispiace poi tanto.
Dopo solo una settimana in questo posto così ordinato, così lanciato verso il futuro e verso i giovani, sarebbe poco piacevole tornare a raccontare una realtà più medievale che moderna. Qui esco e trovo piste ciclabili ovunque; i miei bambini giocano da soli sotto casa in un giardino con altalene e campo di calcio. Guardo le statistiche sul crimine e non si parla di criminalità organizzata: non esiste. E anche la corruzione praticamente non c'è. Ascolto le proposte di riforma del welfare del Partito socialdemocratico danese, tra l'altro guidato da una donna quarantenne, e scopro che tra le sue 72 idee concretissime c'è quella di garantire una doccia al giorno agli anziani negli ospizi. In Italia non siamo neanche arrivati ad assicurare l'ospizio pubblico agli anziani, che intanto continuano ad aumentare.
Ci sono più di duemila chilometri tra Roma e Copenaghen, e la distanza si sente. Innanzitutto in termini di pubblica amministrazione. Vado all'anagrafe per iscrivere la famiglia: facciamo la fila con i numeretti, ci sono penne per tutti, il personale parla inglese e così anche mio marito, che è italiano, può capire. Dopo mezzora è fatta. Il giorno stesso scopro che la mia banca ha già cambiato il mio indirizzo nel suo archivio, che evidentemente è collegato con quello dell'anagrafe.In mezzora ottengo il permesso per parcheggiare per sei mesi sotto casa. Risultato: poca burocrazia, poche seccature. Non sorprende che i miei colleghi danesi mi abbiano fatto sempre la stessa domanda in tutti questi anni, quando cercavo di raccontargli l'Italia: perché? Perché la mafia? Perché la corruzione? Perché le crisi di governo? Perché Berlusconi?Tra le ultime storie che ho raccontato dall'Italia ce ne sono tre che penso riassumano bene i vari mali del paese. La prima riguarda il libro La Casta di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella, che ha svelato gli intrallazzi e la voracità degli spregiudicati politici italiani. La seconda, sul recente dibattito scatenato da un articolo del Financial Times, mostra che in Italia c'è ancora un abisso tra i due sessi e una mancanza di rispetto per le donne.Il mio ultimo articolo sull'Italia raccontava invece uno spettacolo del giornalista Marco Travaglio, che quest'estate ha girato l'Italia raccontando la storia degli ultimi quindici anni di questo bel paese. Coincidono con i miei anni in Italia: da Tangentopoli e dalla speranza di modernizzazione all'era berlusconiana fino alla delusione dell'attuale governo Prodi.
In un paese dove il giornalismo è per lo più di parte invece di essere un servizio al cittadino, è bello che ci siano eccezioni come Travaglio. Insieme a pochi altri colleghi, si ostina a raccontare i fatti più scomodi. Se vedo una luce in fondo al tunnel è grazie a persone come lui.

Internazionale.it (clicca qui per l'articolo)

Tralasciando soltanto l'ultima parte dell'articolo che ci fa capire che anche la Davidsen, dopo 15 anni e un marito italiani, si è lasciata andare ad un minimo di giornalismo "partigiano" (se non politico, sentimentale), quello che mi sconvolge è la innocente oggettività di ciò che scrive. La realtà è questa, ma a noi sembra importare davvero poco. Io di conferme ne ho tante, vicine. Amici che combattono (dalla Svizzera) e che si arrendono (dalla Svezia, dall'Irlanda e dall'Inghilterra). Chi combatte vuole tornare, vuole capire perchè 250 km possano cambiare teste, usi, educazioni, idee in maniera così pardossale, vuole sapere il perchè e vuole scoprire un modo, una tecnica logica o magica per cambiare TUTTO.
Chi si arrende, invece, ha già capito. E non torna.

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