Ho conosciuto Nadia Verrua ad Agazzano lo scorso marzo e mi ha fulminato quasi subito. Sentirla parlare distrattamente, quasi di sfuggita dei propri vini per prediligere invece una conversazione sul come e perchè (ovvero del "ma chi ve lo fa fare") alcuni piccoli e grandi uomini si mettano a scrivere di vino, comprando e assaggiando quantità imbarazzanti di sostanze alcoliche, senza che poi torni in tasca nulla, era faccenda che lei voleva quantomeno cercare di capire. Ovviamente, attraverso le mie sconfusionate e alcoliche risposte tra le quali una banalissima ".. eh, la passione", non credo ci sia riuscita.
Nel mentre la mia attenzione compulsiva si spostava sul Ruchè, perchè ne avevo letto e studiato e perchè non mi era mai capitato, prima di allora, di trovarmelo di fronte. Il bicchiere all'assaggio mi è sembrato immediatamente interessante e per questione di coerenza e follia (di cui sopra) ne ho prontamente acquistato una bottiglia.
Il Ruchè è un vitigno piccolo ed autoctono, uno di quei piemontesi di grande spessore che vivono all'ombra dei grandi mostri rossi regionali. Sembrerebbe di origine borgognotta, uva portata dagli instancabili monaci pellegrini, i Verrua la coltivano bio, la vinificano in acciaio. Parte dello 09 ha fatto anche una macerazione sulle bucce piuttosto importante, quasi un mese. E si vede, ma soprattutto si sente.
Il colore è un rubino elegantissimo, chiaroscuro, giochi di sfumature e venature brillanti di viola, il vino è veloce ma sinuoso nel bicchiere e riesce a colorare il vetro ad ogni passaggio.
Il naso è una botta di eleganza, tra frutti e vasetti di fiori coloratissimi. Sorpreso è dir poco, l'intensità e la nettezza dei profumi mi farebbe pensare ad un uva aromatica. Ciliegie e acidolci amarene, il lampone netto e schietto, poi fiori di grana piacevolissima, in vasetto, come il geranio delicatissimo, mai invadente, ma profumato come pochi. Bella la complessità ampia e orizzontale del naso, mi ricorda alcuni vini suddisti, che conoscono il caldo.
E poi arriva il momento di berlo, altra sorpresa. Bevibilità imbarazzante, una freschezza tesa, che non cede mai, il tannino nascosto, forse un po' troppo timido, ma che accompagna un sorso polposissimo. Tutta la frutta al naso, torna sul palato, con concentrazione e strabiliante eleganza, il bicchiere non risulta mai ruffiano, rotondone o pacioso.
Un bicchiere che tira l'altro. E la bottiglia (quella sera arrivata per seconda) finisce in un amen.
Voto_8.2
Il Ruchè è un vitigno piccolo ed autoctono, uno di quei piemontesi di grande spessore che vivono all'ombra dei grandi mostri rossi regionali. Sembrerebbe di origine borgognotta, uva portata dagli instancabili monaci pellegrini, i Verrua la coltivano bio, la vinificano in acciaio. Parte dello 09 ha fatto anche una macerazione sulle bucce piuttosto importante, quasi un mese. E si vede, ma soprattutto si sente.
Il colore è un rubino elegantissimo, chiaroscuro, giochi di sfumature e venature brillanti di viola, il vino è veloce ma sinuoso nel bicchiere e riesce a colorare il vetro ad ogni passaggio.
Il naso è una botta di eleganza, tra frutti e vasetti di fiori coloratissimi. Sorpreso è dir poco, l'intensità e la nettezza dei profumi mi farebbe pensare ad un uva aromatica. Ciliegie e acidolci amarene, il lampone netto e schietto, poi fiori di grana piacevolissima, in vasetto, come il geranio delicatissimo, mai invadente, ma profumato come pochi. Bella la complessità ampia e orizzontale del naso, mi ricorda alcuni vini suddisti, che conoscono il caldo.
E poi arriva il momento di berlo, altra sorpresa. Bevibilità imbarazzante, una freschezza tesa, che non cede mai, il tannino nascosto, forse un po' troppo timido, ma che accompagna un sorso polposissimo. Tutta la frutta al naso, torna sul palato, con concentrazione e strabiliante eleganza, il bicchiere non risulta mai ruffiano, rotondone o pacioso.
Un bicchiere che tira l'altro. E la bottiglia (quella sera arrivata per seconda) finisce in un amen.
Voto_8.2

5 commenti:
Talvolta, incredibilmente si sentono affinità che sono inspiegabili.
Vini recensiti da te o da me in maniera così simile da essere inbarazzante e per levarmi dall'imbarazzo ti lascio pure il link al mio post sul ruchè di Nadia.
La gentilezza d'Antan di Nadia fà da contraltare alla esuberanza del marito Pietro, altro personaggio da conoscere nella nouvelle vague piemontese (c'è fermento in piemonte).
Anche lui è grande esegeta della ossidazione e mio pusher di materiale enoico "ossigenato" unico in Torino ad avere in carta La Malvasia di Bosa di Columbu. Con lui abbiamo assaggiato per la prima volta nella nostra vita il Cannonau di Perdia Rubia a piede franco.
http://gliamicidelbar.blogspot.com/2011/04/ruche2009castagnolemonferratodoccascina.html
acc. un appunto per i precisini la docg non vale per le vendemmia antecedenti il 2010 per cui il 2009 è solamente doc.
non avevo colpevolmente letto il tuo bellissimo post Luigi, ma ti assicuro non sono minimamente imbarazzato, anzi sono felice ed orgoglioso di avere raccontato il ruchè di Nadia con corde e note simili alle tue. per fare del buon jazz servono strumentisti capaci, stesso spartito ma note diverse. sempre jazz rimane :))
ps: il dettaglio della docg è una bella bacchettata al mio ego e al mio tesserino AIS, e proprio per questo lascerò nel titolo l'errore tecnico come automonito per le prossime volte
Ciao Fabio, non ricordavo di averti tediato un po'... Meno male che il vino parla da solo! Ti ringrazio, per tutto. Un caro saluto, Nadia
P.S. Luigi ha ragione, Pietro è molto più divertente di me! ;)
Macchè tediato Nadia, sono io ad averti fatto una testa così!
grazie a te per aver letto le mie indegne parole e, soprattutto, per quello che metti dentro le bottiglie :)
a presto.
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